ovvero manuale di sopravvivenza alle frasi che internet attribuisce a casaccio

Viviamo nel secolo in cui chiunque può diventare scrittore: basta prendere una frase trovata sotto un post del 2013, aggiungere una foto di un filosofo greco che probabilmente non è neppure un filosofo greco, e pubblicare tutto con la didascalia: “Quanta verità in queste parole.”

Sì, certo. Verità. Vera come i soldi del Monopoli.

Al primo posto troviamo Einstein: l’uomo più citato da gente che non ha mai letto niente

Einstein è diventato una sorta di Alexa motivazionale. Tu dici “frase profonda”, lui – morto nel 1955 – miracolosamente te la fornisce.

Tra le sue frasi mai dette: La follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. (Che infatti ripetiamo all’infinito, aspettandoci che la gente smetta di crederci. Risultati ZERO); Se giudichi un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi…(Internet adora i pesci filosofici. È l’unica spiegazione); La mente è come un paracadute: funziona solo se si apre. (L’ha detta qualcun altro. Ma se non ci metti Einstein la frase non decolla, è chiaro.)

Onestamente: se avesse davvero pronunciato tutto ciò che gli attribuiscono, credete che il buon Albert avrebbe avuto tempo per sviluppare la teoria della relatività? Al massimo per un blog su Medium.

Non posso non citare Oscar Wilde: lo zio elegante che internet usa per sentirsi intelligente

Wilde ha scritto capolavori, ma su Facebook è ricordato soprattutto come l’autore spirituale di: Sii te stesso, tutti gli altri sono occupati.” (Che è perfetta… per chi ha già deciso di rovinarsi la reputazione da solo); Alla fine andrà tutto bene. Se non va bene, non è la fine. (Questa andrebbe scolpita nei corridoi dell’Agenzia delle Entrate. Peccato non sia di Oscar Wild e nemmeno dell’Agenzia delle Entrate).

Per la cronaca: Wilde non ha mai scritto frasi che sembrano slogan di creme anti-age. E no, non ha detto nulla sull’amor proprio o sulle persone tossiche. Al limite avrebbe scritto qualcosa sulle persone noiose, ma quelle non le condivide nessuno.

E, dulcis in fundo troviamo WhatsApp, il posto dove i filosofi antichi scoprono la resilienza

La vera fucina delle citazioni false non è il web. È WhatsApp, l’inferno dei buongiornissimi e delle riflessioni serali con Photoshop versione 2.0.

Alcuni esempi dalla fauna locale: Platone, nella Repubblica, parlava di giustizia. Su WhatsApp parla di energia positiva; Shakespeare commenta l’autostima femminile e le storie tossiche; Madre Teresa dispensa consigli su come “proteggere la propria vibrazione interiore”. Sì, certo. Come no.

Non posso dimenticare Buddha che, a giudicare dalle catene WhatsApp, non faceva altro che parlare di gente negativa e karma delle relazioni. Una vita molto moderna per un signore del VI secolo a.C. E poi c’è Osho, che è diventato il McDonald’s delle citazioni: 14 miliardi servite (ma lui ne avrà dette forse tre). Il resto è fan fiction spirituale.

Come riconoscere una citazione falsa (senza avere un dottorato)

Regola universale: Se la frase sarebbe perfetta su un cuscino IKEA, NON l’ha detta un filosofo. Ma se vuoi approfondire inizia a chiederti alcune cose. Prima di tutto: l’autore era vivo dopo il 1600? No? Allora non ha parlato né di resilienza né di energie tossiche. Poi guarda se la frase contiene un’emoticon emotivamente impegnativa (cuori, farfalle, glitter)? Beh, in questo caso non è di Einstein e neanche del suo parrucchiere.

Controlliamo se la frase sembra la didascalia perfetta per un selfie al tramonto? Non è di Wilde. Wilde non faceva selfie al tramonto o se la frase dice qualcosa tipo “circondati di persone luminose” sicuramente l’autore è una pagina Instagram gestita da un Labrador.

Ma, allora, perché continuiamo a cascarci?

Tre motivi, scientificamente testati*: Ci piacciono le frasi che fanno sembrare la nostra vita più profonda di quanto sia. (Esito del test: confermato.); È più facile condividere una citazione che avere un pensiero proprio. (Esito del test: molto confermato.); Nessuno ha mai controllato niente, mai, in tutta la storia di WhatsApp. (Esito del test: tragicomico.)

Conclusione: che poi va bene tutto, basta non esagerare

Le citazioni false non sono il male assoluto. In fondo sono solo un modo creativo che abbiamo inventato per dare autorevolezza ai nostri stati d’animo, ai nostri lunedì difficili, e alla nostra incapacità di chiudere un discorso senza una frase motivazionale. Basta solo evitare di attribuire a Confucio opinioni sui messaggi vocali.

Per il resto, viva le citazioni finte. E viva anche te che le leggi. (Questa sì, posso attribuirla a ChatGPT. Anche se, con un po’ di fortuna, tra un mese circolerà su Facebook firmata Einstein.)