C’è stato un tempo in cui pensare era considerato un atto nobile. Faticoso, certo, ma nobile. Oggi invece è diventato un fastidio logistico, un collo di bottiglia nel flusso dell’efficienza.

Pensare richiede tempo. Il tempo, si sa, non rende. Non scala. Non si ottimizza. Non produce reddito (almeno così dicono).

E allora noi esternalizziamo il tempo.

Viviamo nell’epoca in cui la comodità non è più un vantaggio, ma un valore etico. Se qualcosa è scomodo, è sospetto. Se richiede sforzo, è probabilmente sbagliato. Se ti fa dubitare, fermare, riflettere… è sicuramente inefficiente.

L’Intelligenza Artificiale arriva qui come una benedizione laica: scrive al posto nostro; riassume ciò che non vogliamo leggere; decide ciò che non vogliamo scegliere; suggerisce ciò che non vogliamo desiderare davvero. Il tutto mentre noi, finalmente, possiamo riposare.

Perché pensare stanca. Con buona pace di Cartesio e del suo «Cogito ergo sum».

«Non ho tempo di pensare, devo ottimizzare.» La frase non è ancora incisa nel marmo, ma ci stiamo lavorando. Non ho tempo di pensare se questo lavoro mi rappresenta davvero. Non ho tempo di pensare se questa relazione mi rende felice. Non ho tempo di pensare che mondo sto contribuendo a costruire.

Devo ottimizzare. Ottimizzare il curriculum. Ottimizzare le risposte. Ottimizzare le emozioni (possibilmente riducendole).

L’AI, da questo punto di vista, è perfetta: non si fa domande inutili. Non esita. Non perde tempo in dilemmi morali. Risponde. Subito. In modo plausibile.

E noi, che abbiamo sempre avuto un rapporto complicato con il dubbio, tiriamo un sospiro di sollievo.

Lasciamo che un algoritmo: scelga cosa leggere; suggerisca chi frequentare; indichi cosa comprare; filtri cosa vale la pena vedere.

A breve, forse, anche: cosa provare; quando cambiare; perché restare.

Non perché siamo incapaci. Ma perché è più comodo. E la comodità, lo abbiamo detto, è il nostro nuovo dio.

«Delegare tutto non è pigrizia. È progresso.» Così ce la raccontiamo.

Non stiamo rinunciando a pensare: stiamo evolvendo. Non stiamo smettendo di scegliere: stiamo automatizzando. Non stiamo diventando passivi: stiamo ottimizzando le risorse cognitive.

È una descrizione elegante. Rincuorante. Perfettamente compatibile con le slide.

Peccato che somigli terribilmente a un’altra storia già sentita.

Marx parlava di religione come oppio dei popoli. Qualcosa che allevia il dolore, anestetizza il conflitto interiore e rende sopportabile ciò che, forse, non dovrebbe esserlo.

Lo smartphone ha già fatto il suo lavoro: attenzione frammentata; appagamento immediato; risentimento a tempo determinato.

L’AI arriva come fase due del processo. Lei non solo ti distrae. Lei ti sostituisce. Tu non devi più nemmeno formulare il pensiero: qualcuno lo fa per te.

È un oppio più raffinato. Non ti spegne. Ti accompagna dolcemente verso il divano.

Il vero rischio non è che l’Intelligenza Artificiale diventi più intelligente.

È che noi diventiamo più pigri nel senso più profondo del termine: non del fare, ma del pensare.

Non è l’AI che ci allarma. Ci allarma la nostra rinuncia a usarne una naturale.