
Bene, questa mattina ragionavo fra me e me su alcune discussioni in alcune chat WhatsApp e Telegram a proposito degli errori nelle risposte di ChatGPT e, in genere, delle varie applicazioni di intelligenza artificiale. Ci pensavo ancora mentre facevo colazione quando, distrattamente, vedo scorrere sulla barra delle notizie del telegiornale una notizia che anticipava le immagini create dall’intelligenza artificiale a partire da alcuni scheletri trovati a Pompei.
Dal ritrovamento di una specie di vassoio di terracotta vicino alla testa dello sventurato — e seguendo le indicazioni degli archeologi — l’intelligenza artificiale ha ricostruito alcune immagini di uomini che scappavano fra le vie della cittadina colpita dall’eruzione coprendosi il capo con una ciotola di terracotta.
Con la curiosità testarda di un gatto in giardino mi sono posto la domanda: “Non saremo mica noi che sbagliamo a fare le domande all’intelligenza artificiale?” E indovinate con chi ne ho ragionato? Esatto: proprio con ChatGPT. Un dialogo forse un poco surreale che riporto quasi fedelmente.
“Parlami di filosofia.” «Tutta? In una volta sola? Preferisci un riassunto o un’esperienza mistica?» “Ok, ho capito… spiegami cos’è.” «Già meglio. Breve e semplice, giusto?» “Sì.” Perfetto. Vedi? Bastava dirlo.
“Allora fammi un riassunto.” «Di cosa?» “Di questo testo.” «Quanto lungo?» “Boh.” «Per chi?» “Non lo so.” «Ottimo: un riassunto senza misura, pubblico o scopo. Vuoi anche che indovini l’umore?» “Va bene: 8-10 righe, chiaro, per uno studente.” Adesso sì.
“Scrivi un testo.” «…» “Che c’è?” «Aspetto il resto.» “Un articolo.” «Su cosa?» “Smartphone.” «Per chi?» “Persone.” «Quindi tutta l’umanità.» “Ok: ironico, 700 parole, per un blog culturale, sull’uso compulsivo dello smartphone.” E improvvisamente il caos prende forma.
“È giusto o sbagliato?” «Domanda comoda, risposta inutile.» “Perché?” «Perché il mondo non è un quiz a crocette.» “Allora dammi pro e contro.” Ecco. Ora ragioniamo.
“Dammi un’idea.” «Una sola? Così, al volo? Magari pure geniale?» “Eh… sì.” «Certo. E vuoi anche un caffè?» “Ok, dammene cinque, per un evento sulla solidarietà, per giovani.” Visto? Le idee funzionano meglio in gruppo.
“Spiegami tutto sulla psicologia.” «Tutto? Hai impegni per i prossimi dieci anni?» “Direi di no.” «Allora scegli un punto di partenza.» “Le basi, in modo semplice.” Perfetto. Ora si entra in un discorso valido.
“Fammi un discorso bello.” «“Bello” è una parola scivolosa.» “In che senso?” «Bello per chi? Da lacrima o da applauso?» “Emozionante ma sobrio, tre minuti, tema donazione.” Adesso sì.
“È vero?” «Cosa?» “Questa cosa che ho letto.” «Quale cosa?» “Quella lì.” «La famosa “cosa”.» “Ok: verifica questa affermazione e spiegami perché è vera o falsa.” Finalmente il dubbio ha un bersaglio.
“Come si fa?” «A fare cosa?» “A organizzare un evento.” «Con quali risorse? Da solo o con un team?» “Raccolta fondi, piccolo gruppo, budget limitato, passo dopo passo.” Perfetto. Ora la domanda serve davvero.
“Sorprendimi.” «Questa è crudele.» “Perché?” «Perché è la versione elegante di: “Non so cosa voglio, però stupiscimi.”» “Ok: qualcosa di originale e un po’ provocatorio sulla tecnologia.” E la sorpresa, guarda un po’, diventa possibile.
Quindi con ChatGPT e i vari Chatbot più o meno intelligenti il problema sono le domande. Anzi non “il problema”. Il punto. In poche parole più sai cosa cerchi, più è facile trovarlo. Anche quando non lo sai bene. È un discorso filosofico? Forse no. Forse è qualcosa di più semplice — e più scomodo: imparare a pensare mentre si chiede.
In fondo ChatGPT è, più o meno uno specchio, amplifica quello che gli dai. Se chiedi male, risponde male. E non per ripicca, per coerenza. Ma se chiedi bene possono succedere cose interessanti, smetti di vagare e ti immergi davvero in quello che stavi cercando.
Impariamo a fare domande migliori non solo ai Chatbot e a ChatGPT ma sempre. Lo so, è un poco scomodo come, in fondo, tutte le cose utili.
Questa non vuole essere una lezione, persone più qualificate hanno riempito il web di tutorial sull’argomento.
Solo un buon esempio.
Regola n. 0
«Non prendere troppo sul serio né te stesso né la macchina che stai usando per leggere questa regola.»
