C’è stato un tempo – io lo ricordo bene – in cui le notizie avevano degli orari.
Arrivavano, facevano il loro mestiere e poi se ne andavano.

C’era il telegiornale della sera, il quotidiano del mattino, il giornale radio mentre qualcuno preparava il caffè o andava in ufficio. Perfino le tragedie sembravano rispettare una certa educazione borghese: entravano in casa, si facevano ascoltare e poi lasciavano un po’ di silenzio dietro di sé. Senza troppo rumore.

Oggi no.

Oggi viviamo immersi in una specie di colonna sonora permanente dell’emergenza. In fondo il vecchio detto anglosassone “Bad news are good news” mai come oggi è diventato il principio editoriale di certe testate. Che si sono inventate anche il corollario: “Good news, bad news”. Scartiamo le buone notizie e usiamo solo quelle cattive. Anzi, se una notizia è buona, facciamola diventare cattiva.

Apri il telefono per controllare il meteo e scopri che sta arrivando il ciclone definitivo. Cerchi notizie economiche e sembra che il sistema finanziario mondiale abbia l’aspettativa di vita di uno yogurt dimenticato al sole. Guardi un video sulla geopolitica e dopo trenta secondi l’umanità pare già intenta a compilare i moduli per la Terza guerra mondiale.

Naturalmente il mondo ha sempre avuto problemi. Guerre, crisi, catastrofi e profeti di sventura esistevano anche quando i social network non erano ancora stati inventati. La differenza è che oggi tutto ci raggiunge contemporaneamente, continuamente e soprattutto con lo stesso tono narrativo.

Tutto è urgente.
Tutto è storico.
Tutto è definitivo.

Ogni temporale diventa “la bomba d’acqua del secolo”.
Ogni estate è “la più calda mai registrata dalla comparsa delle prime forme di vita unicellulari”.
Ogni elezione “cambierà il destino dell’Occidente”.
Ogni tensione internazionale viene raccontata come il trailer di un’apocalisse imminente.

E in fondo è comprensibile. L’allarme funziona.
L’algoritmo non premia la prudenza, premia il battito cardiaco.

Una frase come:
“La situazione è complessa e richiede tempo per essere interpretata”

fatica parecchio contro:
“MANCANO 48 ORE AL COLLASSO.”

Così la realtà viene trasformata in una soap brasiliana infinita dove ogni puntata deve chiudersi lasciando lo spettatore in ansia per la successiva.

Con una differenza importante rispetto alle serie TV vere: qui non esiste una stagione finale. L’apocalisse viene continuamente annunciata, rinviata, aggiornata, sostituita da una nuova apocalisse più recente e con grafica migliorata.

Nel frattempo noi continuiamo a vivere.

Andiamo a fare la spesa mentre il mondo dovrebbe essere a un passo dal collasso geopolitico. Cerchiamo parcheggio durante il crollo della civiltà occidentale. Litighiamo con il Wi-Fi mentre qualche esperto televisivo spiega che l’ordine mondiale è ormai irreversibilmente compromesso.

E forse il problema non è nemmeno l’esagerazione in sé.
Il problema è l’effetto che produce.

Perché vivere costantemente immersi in un clima di allarme permanente modifica il nostro modo di percepire la realtà. Alcuni finiscono per vivere in uno stato di ansia continua. Altri, al contrario, sviluppano una specie di indifferenza protettiva.

È il destino di ogni allarmismo seriale: alla decima “fine definitiva dell’Europa”, la gente apre il frigorifero, prende una birra e cambia canale.

Forse abbiamo perso qualcosa lungo la strada.

Non il silenzio inteso come assenza di rumore, ma quello spazio mentale in cui le notizie potevano essere comprese invece che soltanto consumate.

Perché essere informati non dovrebbe significare vivere costantemente sotto assedio emotivo.

E forse il vero rischio del nostro tempo non è che il mondo finisca davvero.
È abituarsi così tanto all’idea della sua fine da non riuscire più a distinguere una tragedia reale da una puntata particolarmente riuscita dell’Apocalisse.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 51

«Se devi scegliere tra avere ragione e capire qualcosa di nuovo, prova almeno una volta la seconda.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.