
C’è stato un tempo in cui i telefoni non erano smart(phone) ma almeno avevano il buon gusto di ammetterlo.
Il vecchio T9, per esempio, non pretendeva di capire l’animo umano.
Faceva quello che poteva con dieci tasti numerati, una logica elementare e una discreta faccia tosta. Accompagnata dagli onnipresenti “*” e “#” che nessuno sapeva davvero a cosa servissero ma facevano la loro figura.
Tu scrivevi “casa” premendo quattro volte gli stessi pulsanti e lui, con l’entusiasmo di un veggente ubriaco, proponeva alternative improbabili.
A volte indovinava.
Spesso no.
Ma c’era una certa innocenza tecnologica in quell’errore.
Il T9 non pensava di conoscerti.
Tentava.
L’autocorrettore moderno invece è diverso. Molto diverso.
Non a caso, mentre scrivevo proprio questa frase, Word ha deciso di intervenire.
Ha sottolineato “autocorrettore” come errore e mi ha proposto una soluzione illuminante:
“auto correttore”.
Subito dopo, coerentemente, ha iniziato a suggerirmi che avrei dovuto scrivere:
“è diversa. Molto diversa.”
Per alcuni interminabili secondi il programma ha quindi ipotizzato l’esistenza di una misteriosa automobile femmina specializzata nella revisione grammaticale.
Ed è in momenti come questi che capisci una cosa fondamentale:
l’intelligenza artificiale non prenderà il controllo del pianeta.
Al massimo correggerà male il cartello all’ingresso.
Già, perché lui non corregge soltanto le parole.
Corregge le intenzioni.
Tu scrivi in fretta, magari mentre attraversi una stanza, aspetti il tuo turno dal medico o stai cercando di rispondere a un messaggio emotivamente delicato, e lui interviene con l’aria di chi la sa lunga:
“No, guarda… secondo me volevi dire un’altra cosa.”
Ed è così che: “Ci vediamo dopo” diventa “Ci vediamo morto”; “Sto arrivando” si trasforma in “Sto aringando”; “Ti penso” diventa “Ti peso”.
Con conseguenze diplomatiche che neanche una riunione dell’ONU durante la Guerra Fredda.
La cosa affascinante è che questi sistemi, lentamente e senza far rumore, stanno modificando il nostro modo di scrivere.
Un tempo adattavamo la lingua al pensiero.
Oggi adattiamo il pensiero alla tastiera.
Scegliamo parole che il telefono riconosce meglio.
Evitiamo termini insoliti.
Semplifichiamo le frasi.
Rinunciamo ai dialetti perché il correttore li tratta come malattie infettive.
Scriviamo in modo sempre più prevedibile per evitare di perdere tempo a correggere la macchina.
Che è una delle più straordinarie inversioni di ruolo della storia tecnologica recente.
All’inizio le macchine venivano progettate per compensare i limiti umani.
Oggi gli esseri umani stanno imparando a compensare i limiti delle macchine.
Ed è un processo così graduale che quasi non ce ne accorgiamo.
La cosa più divertente, poi, è che il correttore automatico possiede una cultura molto selettiva.
Puoi digitare una parola complessa come “transustanziazione” e lui va nel panico.
Però sulle parolacce diventa improvvisamente un raffinato linguista internazionale.
Bastano tre lettere appena accennate e lui completa il resto con la sicurezza di un notaio.
Esistono poi diverse scuole filosofiche sull’uso dell’autocorrezione.
Ci sono i puristi: quelli che la disattivano per principio perché “scrivo io, non il telefono”.
Ci sono gli ottimisti: quelli che accettano ogni suggerimento della tastiera con fiducia quasi religiosa.
E poi c’è la maggioranza silenziosa: noi. Quelli che vivono in un eterno duello western con l’algoritmo: digitiamo e aspettiamo di vedere cosa succede, con il pollice pronto come in una sfida all’OK Corral.
Lui cambia la parola.
Noi la rimettiamo.
Lui insiste.
Noi sbuffiamo.
Lui apprende.
Forse.
La verità è che il T9 era nato per risolvere un problema concreto: tastiere minuscole, telefoni scomodi, messaggi scritti con i pollici piegati come contorsionisti.
Oggi abbiamo schermi enormi, riconoscimento vocale, intelligenze artificiali capaci di scrivere poesie, tradurre lingue e simulare conversazioni umane…
…e continuiamo comunque a inviare messaggi come:
“Ok amore, compro anche le zucchine del gatto.”
Che forse è il promemoria più sincero sul rapporto fra esseri umani e tecnologia.
Non importa quanto sofisticate diventino le macchine:
ci sarà sempre un punto in cui fraintenderanno qualcosa di profondamente umano.
E noi, naturalmente, premeremo “Invia” troppo presto.
Regola n. 62
«Se alla decima slide non hai ancora capito dove vuole arrivare il relatore, probabilmente nemmeno lui.
Corollario: Se alla trentasettesima slide il futuro è ancora nelle nostre mani, significa che nessuno ha trovato il pulsante "Fine presentazione".»

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