Quando un campo di testo fa invertire la rotta a un Boeing

Boeing 767 di linea in fase di decollo o rullaggio.


Da qualche parte nel mondo c’è una persona che ha scoperto, forse a caro prezzo, una cosa sorprendente: il nome che date alle vostre cuffiette Bluetooth può costare più carburante di una vacanza alle Maldive.

È successo davvero.

Un volo della United Airlines diretto in Spagna è tornato a Newark dopo che tra i dispositivi rilevati a bordo ne è comparso uno con un nome poco rassicurante: “bomba”.

A quel punto la tecnologia ha fatto esattamente quello che era stata progettata per fare: prendere sul serio una minaccia.

Gli esseri umani, invece, hanno fatto esattamente quello che fanno da sempre: trasformare una funzione utile in uno scherzo.

La notizia, riportata da alcune testate, racconta che l’equipaggio ha chiesto ai 190 passeggeri di spegnere i propri dispositivi elettronici, ma due risultavano ancora attivi. Il pilota ha quindi deciso di rientrare e far sottoporre l’aereo a un’ispezione di sicurezza.

Una mia vecchia battuta al telefono recitava più o meno così:

«Brigadiere, se mi sta ascoltando, tenga presente che sto scherzando.»

Erano i tempi in cui si viveva con l’incubo delle orecchie indiscrete che ascoltavano e registravano tutto.

Oggi, invece, passiamo il tempo a dare nomi alle cose digitali. Smartphone, computer, reti Wi-Fi, auricolari Bluetooth. Lo facciamo per comodità, per gioco o semplicemente perché possiamo farlo.

Poi ci dimentichiamo che quei nomi non li leggiamo soltanto noi.

Per decenni abbiamo considerato i nomi come semplici etichette.

Il nome del cane.
Il nome della barca.
Il nome della bicicletta.

Potevano essere spiritosi, assurdi, provocatori. Al massimo avrebbero fatto sorridere qualcuno.

Nel mondo digitale, però, i nomi hanno smesso di essere soltanto nomi.

Sono diventati dati che circolano, vengono registrati, confrontati, interpretati da sistemi automatici che non possiedono il senso dell’umorismo e non sono particolarmente interessati a svilupparlo.

Nell’informatica moderna non esistono dati innocui.

Per un computer una stringa è una stringa.

Per il mondo reale, invece, la differenza tra “AirPods di Riccardo” e “Bomba” può significare migliaia di chilometri di volo, controlli di sicurezza e una discreta quantità di carburante – oggi molto costoso – consumato inutilmente.

La cosa interessante è che, almeno in questa storia, il sistema non ha sbagliato.
L’algoritmo ha fatto il lavoro meno romantico del mondo.
Ha fatto esattamente ciò per cui era stato progettato.

Quando la posta in gioco è la sicurezza di quasi duecento persone, ignorare un segnale sospetto sarebbe molto più grave che prendere sul serio uno scherzo.

In questo caso non è stata la bomba a far tornare indietro l’aereo.

È bastata la parola.

Per anni ci hanno detto di fare attenzione a quello che pubblichiamo sui social.

Forse è arrivato il momento di fare attenzione anche a come chiamiamo le cuffiette.

Perché nell’informatica moderna ogni casella di testo è innocente fino a prova contraria.

E ogni tanto scopriamo che una parola non è soltanto una parola.

La prova contraria, qualche volta, fa invertire la rotta a un Boeing.


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