Ogni anno, il 2 giugno, qualcuno fa notare che con i soldi della parata si potrebbero costruire pozzi, comprare vaccini, finanziare scuole.

Ha ragione.

Con gli stessi soldi si potrebbero fare anche molte altre cose utili.

La domanda, però, è un’altra.

Perché questi conti ci vengono in mente quasi soltanto quando passano i carri armati?
Perché non li facciamo quando passano i SUV, i milioni del calciomercato, gli smartphone da mille euro o l’ennesimo weekend “imperdibile”?

Forse perché i carri armati sono sinceri.
Non fingono di essere altro.

Ti costringono a guardare una domanda che normalmente preferiamo ignorare:

quanto siamo disposti a spendere per apparire forti e quanto per essere utili?

Vale per gli Stati.
Vale per le aziende.
Vale per ciascuno di noi.

Vale perfino per certi Enti del Terzo Settore, dove talvolta la fatica di aiutare gli altri rischia di essere superata dalla fatica di dimostrare che li si sta aiutando.

Perché anche la solidarietà, ogni tanto, scopre il fascino della parata.

Non ci sono i carri armati. Ci sono i roll-up.
Non ci sono le frecce tricolori. Ci sono i loghi degli sponsor.
Non ci sono le uniformi stirate. Ci sono le polo coordinate.
Non ci sono le fanfare. Ci sono i convegni con buffet.

Il principio, però, ogni tanto assomiglia pericolosamente allo stesso.

Mostrare.
Rappresentare.
Comunicare.
Raccontare.

Parole nobili, naturalmente.

Talmente nobili che nessuno osa più chiedere se, sotto tutta quella comunicazione, sia rimasto ancora qualcosa da comunicare.

Così capita di vedere associazioni che spendono più tempo a documentare un progetto che a realizzarlo. Organizzazioni che misurano il successo in fotografie, visualizzazioni, targhe ricordo e strette di mano istituzionali. Persone che sembrano aver confuso il volontariato con una lunga campagna elettorale senza elezioni.

Naturalmente accade anche nel mondo delle imprese, della politica, della cultura e dello sport.

Ma nel Terzo Settore la cosa ha un gusto particolare.

Perché, almeno, chi vende automobili non deve fingere di salvare il mondo.

Chi salva il mondo, invece, dovrebbe fare attenzione a non trasformarsi in un ufficio marketing con la coscienza incorporata.

Forse è questo che i carri armati ci ricordano ogni anno.
Non che esistono le guerre.
Quello lo sappiamo già.

Ci ricordano che ogni organizzazione, grande o piccola, pubblica o privata, prima o poi deve rispondere alla stessa domanda:

stai investendo risorse per essere utile o per sembrare importante?

La risposta non è sempre comoda.

Per gli Stati.
Per le aziende.
Per le associazioni.
E nemmeno per noi.

Perché le parate durano poche ore.

Le nostre piccole esibizioni di forza, di successo e di virtù sfilano tutto l’anno. Spesso sotto forma di post. A volte sotto forma di bilanci. Quasi sempre sotto forma di buone intenzioni.

Almeno i carri armati, una volta all’anno, tornano in caserma.

P.S. Speranza-1 non esiste, e proprio per questo parla spesso. È un dispositivo narrativo difettoso: invece di dare risposte, insiste nel fare domande. Di solito nel momento sbagliato.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 62

«Se alla decima slide non hai ancora capito dove vuole arrivare il relatore, probabilmente nemmeno lui.

Corollario: Se alla trentasettesima slide il futuro è ancora nelle nostre mani, significa che nessuno ha trovato il pulsante "Fine presentazione".»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.