(ovvero: quando l’algoritmo non abita nel tuo quartiere)

Una giornata qualunque. Un pensionato qualunque. Hinterland milanese. Venerdì mattina al CUP. Lunedì visita medica a Cologno Monzese.
Operazione apparentemente semplice.
Apre Google Maps, seleziona “mezzi pubblici” e aspetta che la tecnologia faccia il suo lavoro.
La tecnologia lo fa.
Ti propone una passeggiata di quasi un chilometro, un mezzo pubblico, un’altra passeggiata, forse un’altra coincidenza e una quantità di esercizio fisico che probabilmente il tuo medico sta cercando di importi da anni.
La cosa non ti convince. Indaghi meglio. Provi a modificare le opzioni e scopri che con un bus, la metropolitana e altri due autobus risparmi ben 200 metri di strada a piedi.
Pensi “Ritenta, sarai più fortunato”. Niente. Cambi, coincidenze improbabili, a piedi per 500 metri a destra.
Scendi a comprare il pane, smartphone alla mano, e scopri che alla rotonda quasi sotto casa c’è una fermata dove passano tre linee di autobus potenzialmente utili. Verifichi e scopri che è vero. Solo un centinaio di metri a piedi e ci sei.
Il percorso suggerito da Maps era perfettamente calcolato.
Solo che era peggiore.
Più strada a piedi.
Più cambi.
Più fatica.
Più tempo.
A questo punto mi è tornata in mente una vecchia battuta che circolava sul web.
Secondo la tradizione, Mosè impiegò quarant’anni per portare il suo popolo dall’Egitto alla Terra Promessa.
Secondo Internet, con Google Maps avrebbe impiegato grosso modo 162 ore. Quasi sette giorni, camminando giorno e notte. Considerando che aveva al seguito donne, bambini e qualche inevitabile lamentela sul percorso, in una mesata arrivava dalle Piramidi a Gerico.
Non so se sia vero.
So però che, conoscendo certi navigatori, a metà del Mar Rosso una voce sintetica avrebbe probabilmente annunciato:
“Ricalcolo percorso.”
La cosa interessante non è che gli algoritmi sbaglino.
Sbagliano sì.
Come sbagliano gli esseri umani.
La cosa interessante è che tendiamo a considerare l’errore dell’algoritmo diverso dal nostro.
Quando un amico ci suggerisce una strada assurda lo contraddiciamo immediatamente.
Quando lo fa il navigatore, invece, ci fermiamo un attimo.
Forse sa qualcosa che non sappiamo.
Forse c’è un motivo.
Forse c’è un calcolo misterioso che giustifica quei settecento metri in più.
Forse.
Oppure no.
Perché l’algoritmo possiede una quantità impressionante di dati ma non conosce necessariamente il territorio come lo conosce chi ci vive.
Non sa che quella stazione è comoda.
Non sa che quel sottopassaggio è chiuso da mesi.
Non sa che quella scorciatoia esiste davvero.
Non sa che il marciapiede indicato sulla mappa termina contro una siepe piantata nel 1987 da un assessore particolarmente creativo.
In compenso sa fare calcoli velocissimi.
E qui c’è una lezione che va molto oltre le indicazioni stradali.
Gli algoritmi sono strumenti magnifici.
Le intelligenze artificiali anche.
Possono suggerire.
Possono aiutare.
Possono persino sorprenderci.
Ma non sono oracoli.
Sono delle calcolatrici con un ufficio marketing avanzato.
La conoscenza del mondo reale continua ad avere un valore che nessuna mappa digitale riesce sempre a catturare.
Forse la vera regola non è diffidare della tecnologia.
È ricordarsi che la tecnologia è un consigliere.
Non il proprietario della verità.
Perché, ogni tanto, capita ancora che il modo più rapido per trovare la strada giusta sia ascoltare qualcuno che quella strada la percorre tutti i giorni.
E magari, per prudenza, non chiedere a Google Maps come attraversare il Mar Rosso.
Un cammello è certamente più affidabile.
Almeno, se sbaglia strada, non pretende di avere ragione.
Regola n. 24
«Non attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato da fretta, stanchezza o incompetenza.»

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