(ovvero: perché il telegiornale non assomiglia al mio quartiere)

Ore sette.
Tisana, biscotti e telegiornale.
Una combinazione che dovrebbe attivare l’ottimismo e che invece, a volte, sembra progettata per convincermi che l’Apocalisse sia prevista entro l’ora di pranzo.
Omicidio.
Rapina.
Truffa.
Incidente.
Guerra.
Catastrofe naturale.
Crisi economica.
Dibattito politico con persone che sembrano sul punto di lanciarsi le sedie.
Spengo.
Prendo un caffè ed esco in giardino.
Il vicino porta a spasso il cane.
Una signora torna dalla spesa.
Un ragazzo aiuta un anziano ad attraversare la strada.
La farmacia è aperta.
Il barista serve caffè.
Il mondo, apparentemente, continua a funzionare.
A questo punto mi viene un dubbio.
Possibile che io viva nel posto sbagliato?
Perché il mondo raccontato dai media e quello che vedo ogni giorno non sembrano nemmeno parenti lontani.
Non è una teoria del complotto.
È un problema di prospettiva.
Una notizia, per definizione, racconta ciò che esce dalla normalità.
Se diecimila aerei atterrano senza problemi e uno ha un’avaria, finisce sul giornale l’avaria.
È giusto così.
Il problema nasce quando dimentichiamo che il giornale non descrive la realtà.
Descrive le eccezioni.
È un po’ come cercare di capire la salute degli italiani visitando esclusivamente i reparti di terapia intensiva. Dopo una settimana concluderemmo che siamo tutti gravemente malati.
Eppure non sarebbe vero.
Nel frattempo sono arrivati i social network.
Che hanno preso il vecchio principio giornalistico e lo hanno trasformato in algoritmo.
La paura attira attenzione.
L’indignazione genera commenti.
La rabbia produce condivisioni.
Lo scandalo crea traffico.
E il traffico, come sappiamo, vale denaro.
Così ci ritroviamo immersi in un flusso continuo di tragedie, conflitti e polemiche che finisce per alterare la percezione della realtà.
Non perché siano notizie false.
Ma perché sono selezionate.
Selezionate esattamente come una vetrina seleziona i prodotti da esporre.
Il risultato è curioso.
Viviamo probabilmente nell’epoca più documentata della storia e contemporaneamente facciamo sempre più fatica a capire il quadro generale.
Poi succede qualcosa di ancora più strano.
Non ci limitiamo più a osservare il mondo raccontato dagli altri.
Sempre più spesso sentiamo il bisogno di raccontare continuamente anche il nostro.
Una visita in ospedale, una cena, una passeggiata, una difficoltà personale.
Non giudico.
Forse cerchiamo conforto, vicinanza o semplicemente condivisione.
Ma qualche volta mi domando se non stiamo trasformando ogni esperienza in una rappresentazione.
Come se vivere una cosa non fosse più sufficiente.
Come se fosse necessario anche raccontarla.
O forse dimostrare di averla vissuta.
E mentre raccontiamo tutto, rischiamo di vedere sempre meno.
Perché la realtà vera è spesso noiosa.
La realtà è fatta di persone che fanno il proprio dovere.
Di medici che lavorano.
Di insegnanti che insegnano.
Di volontari che aiutano.
Di figli che assistono genitori anziani.
Di cittadini che rispettano le regole.
Milioni di piccoli-grandi gesti quotidiani che tengono insieme il mondo.
Solo che non fanno notizia.
E forse la notizia più importante è che la normalità continua ostinatamente a funzionare.
Se i telegiornali raccontassero la normalità con la stessa insistenza con cui raccontano le tragedie, probabilmente scopriremmo che l’umanità ha molti difetti.
Ma funziona sorprendentemente meglio di quanto sembri alle otto di sera.
Nel frattempo il vicino continua a portare a spasso il cane, il farmacista apre il negozio e qualcuno accompagna un anziano a fare una visita medica.
Non finiranno in prima pagina.
E forse è proprio per questo che il mondo riesce ancora a funzionare.
Regola n. 59
«Se una cosa sembra progettata male, controlla prima quando è stata progettata. Potrebbe non essere un errore. Potrebbe essere il passato che non ha ancora ricevuto l'aggiornamento.
Vale anche per le persone.»

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