
Ieri sera mi è capitata una cosa curiosa.
Guardavo un film al computer e mi è capitata la solita interruzione pubblicitaria da 15 secondi. Non chiedetemi quale marca perché, come spesso accade, ricordo perfettamente il dettaglio che mi ha colpito e molto meno il prodotto che avrebbe dovuto essere al centro della comunicazione.
Cioè, il prodotto lo ricordo benissimo – una vaschetta di gelato. La marca molto meno. Che, immagino, non fosse esattamente l’obiettivo della campagna pubblicitaria.
Ma torniamo alla cosa curiosa. Dopo qualche secondo è comparsa una scritta grande, ben visibile.
Non la classica nota in corpo sei che compare per tre decimi di secondo in fondo allo schermo. Non quelle frasi che obbligano a mettere in pausa il televisore, prendere una lente di Fresnel e chiamare un notaio e due avvocati per verificarne il contenuto.
No.
Una scritta bella evidente:
«Questo spot è stato realizzato con l’Intelligenza Artificiale.»
La cosa mi ha fatto riflettere.
Non sul fatto che sia stato utilizzato uno strumento di intelligenza artificiale. Quello, ormai, succede più spesso di quanto immaginiamo.
Mi sono chiesto invece perché sentissero il bisogno di dircelo.
Quando una pubblicità viene girata con una telecamera digitale nessuno lo specifica.
Quando viene montata con software sofisticati nessuno apre lo spot dichiarando quali programmi sono stati utilizzati.
Quando un fotografo ritocca un’immagine con strumenti professionali non compare un avviso sullo schermo.
Normalmente la tecnologia resta dietro le quinte.
Funziona. E basta.
Se invece compare una scritta così evidente significa che la tecnologia è diventata parte del messaggio.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante.
Mi ricordo benissimo gli anni Novanta, quando la parola “digitale” veniva appiccicata ovunque.
Orologi digitali.
Telefoni digitali.
Segreterie digitali.
La radio sveglia digitale di mio padre.
Perfino oggetti che probabilmente avrebbero continuato a funzionare benissimo senza che nessuno sapesse cosa significasse davvero quella parola.
“Digitale” non era una caratteristica tecnica.
Era un simbolo di modernità.
Oggi nessuno sente più il bisogno di scriverlo.
Per un motivo molto semplice: tutto è digitale.
Forse stiamo assistendo allo stesso fenomeno con l’intelligenza artificiale.
Siamo nella fase in cui viene ancora esibita. Mostrata. Dichiarata.
Un po’ per trasparenza.
Un po’ per orgoglio tecnologico.
Un po’ perché fa notizia.
Ma sospetto che non durerà.
Tra qualche anno probabilmente nessuno si preoccuperà più di specificare che una pubblicità è stata realizzata con l’aiuto dell’IA, così come oggi nessuno specifica che è stata montata con un computer invece che con forbici e nastro adesivo.
La novità, prima o poi, smette di essere una novità.
E allora mi è venuta in mente una possibile Regola di Speranza-1.
Quando una tecnologia compare nella pubblicità, è ancora una novità. Quando scompare dalla pubblicità, è diventata normale.
Nel frattempo continuerò a osservare queste piccole scritte con la curiosità del vecchio nerd che sono.
Anche perché sospetto che, tra dieci anni, quella frase sullo schermo farà lo stesso effetto che oggi ci fa un modem che fischia.
Un reperto archeologico.
E forse, a quel punto, la scritta davvero insolita sarà un’altra:
«Questo spot è stato realizzato interamente da esseri umani.»
Quella sì che attirerà l’attenzione.
Un po’ come oggi attirerebbe l’attenzione un’etichetta con scritto:
“Questo modem si collega a Internet componendo un numero telefonico.”
P.S. Molte delle immagini che utilizzo su questo blog (quasi tutte) sono realizzate con l’intelligenza artificiale.
Non lo scrivo per trasparenza.
Lo scrivo perché si vede.
Regola n. 58
«La tecnologia cambia in fretta. Gli esseri umani molto meno.»

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