e non è quello dell’autobus

La notizia pare confermata da diverse fonti. Potrebbero essere circa 850 gli autovelox che in Italia dovranno essere spenti per legge perché non ancora omologati.
La notizia, alla fine dei conti, mi interessa poco o niente. Io non guido, ho rinunciato a rinnovare la patente e mi faccio scarrozzare in giro da parenti vari.
Ma qualcosa fece drizzare le antenne del vecchio informatico che è in me. Tablet alla mano e sorseggiando il caffè numero due, ho cercato di approfondire la notizia andando a leggere anche i comunicati del MIT. No, non l’università americana: il nostro Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Da quello che si legge, sulle strade italiane sono presenti circa 10.000 dispositivi per il controllo della velocità. Di questi, circa 3.150 risultano già conformi alle nuove regole, mentre per altri 850 dovrà essere completata la procedura di omologazione prima che possano tornare in funzione.
È stato a quel punto che i conti hanno smesso di tornarmi.
Non tanto per i numeri, quanto per una domanda molto più semplice: quando un sistema di controllo deve essere controllato, chi controlla davvero chi deve controllare?
E meno male che almeno il caffè non ha bisogno di essere omologato.
Il mio ospite mattutino sembrava incuriosito dal mio atteggiamento.
«Cosa ti succede, amico mio?»
«Hanno spento ottocentocinquanta autovelox.»
L’uomo seduto davanti a me sorride appena.
«Perché?»
«Perché non erano omologati.»
«E chi doveva omologarli?» chiese.
«Credo il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.»
«E chi li ha spenti?»
«Sempre il ministero»
Il mio ospite sollevò un sopracciglio con aria sorniona.
«Interessante.»
«Perché?»
«Perché, dopo quasi duemila anni, continuate a fare la stessa domanda.»
Lo guardai senza capire.
«Quis custodiet ipsos custodes?»
«Chi controllerà chi controlla?» replicai, facendo ricorso ai pochi ricordi del latino studiato al liceo.
«Esatto. Ma voi avete fatto un passo avanti.»
«Quale?»
«Non vi state chiedendo se l’autovelox abbia ragione.
Vi state chiedendo se abbia il titolo per averla»
Giovenale si allontanò tranquillo verso il cancello, lasciandomi immerso nei miei pensieri.
In fondo l’autovelox non era il problema.
Stavo misurando chi misura.
In uno Stato di diritto anche chi controlla deve poter dimostrare di avere il titolo per farlo.
Forse per questo le nostre leggi iniziano quasi sempre con quelle interminabili pagine di «Visto…», «Vista la legge…», «Visto il decreto…».
Possono sembrare solo formule di rito. A volte lo sono.
Ma ricordano anche un principio importante: nessun potere dovrebbe nascere dal nulla.
Le regole devono essere verificabili.
Anche da chi è chiamato a rispettarle.
È questa la differenza fra il potere e l’autorità:
il primo pretende obbedienza;
la seconda rende conto di sé.
Mentre finivo il caffè ripensavo a Giovenale.
Forse, dopo quasi duemila anni, la sua domanda era cambiata.
La domanda non è chi controlli i controllori.
La domanda è se noi cittadini abbiamo ancora voglia di assumerci quel compito.
Regola n. 31
«Quando l'intelligenza artificiale dice una sciocchezza, controlla. Quando dice una cosa intelligente, controlla due volte.»

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