anzi, il telefono prende me

Vecchio nerd davanti a uno smartphone acceso.


Iniziano a circolare sui media voci allarmistiche in merito all’approvazione del Chat Control 2.0 da parte dell’UE.

Proviamo a fare chiarezza.

Il Chat Control 2.0 (la proposta più controversa, che potrebbe introdurre obblighi molto più ampi di rilevazione dei contenuti, con implicazioni anche per la cifratura end-to-end) non è stato approvato. È ancora oggetto di negoziato politico e non esiste un testo definitivo.

È invece passata al Parlamento europeo una proroga del regime transitorio, chiamata anche “Chat Control 1.0”. In pratica si prolunga una deroga già esistente che consente ad alcuni fornitori di servizi di continuare su base volontaria a cercare materiale pedopornografico noto e segnalarlo alle autorità.

Ora, credo che siamo tutti d’accordo che il fenomeno della pedopornografia, in rete o no, vada combattuto con tutti i mezzi disponibili. Arrivare ad affermare, partendo dalla notizia, che “L’Europa vuole spiarci tutti” è fuorviante, se non completamente falso.

Ma, da ex informatico di vecchia scuola, credo che la discussione vada spostata su un altro piano.

Non tanto su quello della politica, quanto su quello della tecnica.

Tutti i sistemi informatici, dal più banale programmino per il calcolo del bioritmo fino alle più evolute intelligenze artificiali, si nutrono di dati.

Di qualunque dato disponibile.
Dalle osservazioni climatologiche degli ultimi anni per prevedere il tempo; dai carotaggi del suolo per la geologia; dai dati catastali per la pianificazione urbanistica. E via discorrendo.

La domanda, quindi, non è se raccogliere dati sia giusto o sbagliato.

La domanda è questa: quali dati, per quale scopo, con quali garanzie e sotto il controllo di chi?

Perché il dato, da solo, non è né buono né cattivo.

È come un bisturi.

Nelle mani di un chirurgo può salvare una vita.

Nelle mani sbagliate può diventare un’arma.

Lo stesso vale per l’informatica.

Negli anni ho visto nascere banche dati sanitarie, sistemi fiscali, reti bancarie, archivi giudiziari. Tutti contenevano informazioni estremamente sensibili. Eppure nessuno si scandalizzava per la loro semplice esistenza.

Ci si preoccupava, giustamente, delle regole.

Chi poteva accedere.
Per quali motivi.
Con quali controlli.
Per quanto tempo.

È qui che, secondo me, dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Non sugli slogan.

Ma sull’equilibrio, sempre delicato, fra due esigenze entrambe legittime: proteggere i cittadini da reati gravissimi e, nello stesso tempo, proteggere i loro diritti fondamentali.

E a volte proteggerli anche da sé stessi.

Dalla pubblicazione compulsiva di foto di figli, nipoti e affini dalla prima ecografia fino alla laurea. Saltando, per carità cristiana nei confronti del padre, solo le foto della sala parto dove il poverino è svenuto.

Una volta quelle foto finivano nell’album di famiglia che si tirava fuori quando arrivava lo zio dalla Francia.

Oggi si danno in pasto all’universo mondo.

Le tecnologie cambiano.

Le domande, invece, sono sempre le stesse.

E forse dovremmo imparare a farcele prima di condividere un titolo. O una foto. O una paura.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 12

«Non discutere di algoritmi, nucleare o requisiti software quando sta arrivando il pranzo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.