quando una telecamera racconta più del regista che dell’atleta

Mattina in spiaggia a Bordonchio.
Il mare è quasi piatto. L’aria promette una di quelle giornate in cui perfino la sabbia cerca l’ombra.
Intorno a me la spiaggia è quella di sempre.
Un bambino rincorre un pallone che sembra avere idee tutte sue.
Una coppia di anziani passeggia sul bagnasciuga tenendosi per mano.
Più in là alcune ragazze giocano a racchettoni. Ridono, sbagliano, ricominciano. Ogni tanto qualcuno applaude uno scambio particolarmente riuscito.
Abbasso il tablet.
Quella scena mi fa ripensare alla notizia appena letta.
L’EBU ha pubblicato nuove linee guida per la copertura televisiva dell’atletica femminile. Meno inquadrature invasive. Più attenzione alla prestazione sportiva. Meno immagini che trasformano un’atleta in un insieme di parti del corpo.
Accanto alla notizia scorrono alcuni esempi.
Da una parte fotografie che raccontano il gesto atletico.
Dall’altra immagini in cui lo sport sembra diventare un dettaglio.
«Posso?»
Alzo gli occhi.
Una donna si ferma accanto al mio ombrellone.
Non aspetta nemmeno l’invito. Si siede e guarda curiosa il tablet.
La riconosco. «Buongiorno, Ipazia.»
Sorride.
«Che cosa stai osservando?»
Le porgo il tablet.
Scorre lentamente le immagini.
Non commenta.
Poi richiude la custodia.
«Hai notato una cosa curiosa?»
«Quale?»
Indica le ragazze che continuano a giocare.
«Tu le hai guardate per diversi minuti.»
Annuisco.
«Eppure non sapresti dirmi il colore del loro costume.»
Ci penso.
Ha ragione.
Ricordo una schiacciata riuscita bene.
Una corsa nella sabbia.
Una risata dopo un errore.
Perfino il modo in cui una di loro ha applaudito l’amica.
Del costume, invece, quasi nulla.
«Perché stavi osservando ciò che facevano» dice con naturalezza.
«Non come erano.»
Resto in silenzio.
Il mare continua il suo lavoro di sempre.
Una pallina cade poco distante da noi.
Una ragazza arriva di corsa, sorride, la raccoglie e torna a giocare.
Ipazia segue la scena con gli occhi.
«Vedi, Riccardo…»
«Dimmi.»
«L’occhio umano sceglie continuamente dove fermarsi. Ma una telecamera no.»
Rispondo: «La telecamera registra tutto.»
Lei scuote lentamente il capo.
«No. Registra soltanto ciò che qualcuno ha deciso di inquadrare.»
Quelle parole rimangono sospese nell’aria.
In effetti una telecamera non guarda.
Obbedisce.
Qualcuno sceglie l’obiettivo.
Qualcuno decide l’altezza.
Qualcuno stabilisce quando stringere l’inquadratura e quando allargarla.
«Quindi il problema non è la telecamera.»
«Non lo è mai stato.»
«E nemmeno il corpo delle atlete.»
«Nemmeno.»
Sorride.
«Il corpo è lo strumento con cui compiono qualcosa di straordinario.»
Fa una breve pausa.
«Diventa un problema soltanto quando qualcuno decide che quel corpo sia più interessante dell’impresa che sta compiendo.»
Riapro il tablet.
Guardo ancora una volta gli esempi pubblicati dall’EBU.
Per la prima volta non mi soffermo sulle fotografie.
Penso a chi era dietro la telecamera.
Perché ogni inquadratura racconta due storie.
Quella dell’atleta.
E quella del regista.
Regola n. 45
«Quando attraversi il metaverso, fallo a testa alta.»

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