quando anche la realtà diventa una partita

Un dopocena afoso al tavolino di un bar.
Si cerca refrigerio in qualsiasi cosa abbia una temperatura inferiore ai dieci gradi, fosse pure una spuma del 1989.
Naturalmente la discussione ruota intorno alla finale dei Mondiali di Calcio 2026: Argentina-Spagna.
«Vedrai gli argentini. Quelli con il caldo corrono.»
«Sì, ma vuoi mettere le Furie Rosse? Quelle non scherzano.»
Seguono altre considerazioni calcistiche che, per me che di calcio capisco quanto un sasso, suonano come antichi proverbi in aramaico.
Intanto, sullo schermo continuano a parlare tecnici, opinionisti, direttori sportivi e l’immancabile bella conduttrice. Ai tavolini, però, il dibattito cambia lentamente argomento. Dal calcio si passa alla cronaca giudiziaria, poi alla politica, infine alle più alte cariche dello Stato.
Eppure, qualunque sia il tema, le tifoserie restano le stesse. Ognuno difende la propria squadra con convinzione, qualche schiaffo sul tavolo e la certezza che la verità giochi sempre con la propria maglia.
Mi scappa un sorriso amaro.
«Curioso…» penso. «Hanno cambiato partita. Lo stadio, invece, è sempre lo stesso.»
Un uomo appoggia una vecchia bicicletta contro la ringhiera del bar. Indossa una maglia di lana, un berretto e ha gambe asciutte come rami d’ulivo. Si siede senza fretta.
«Lo stadio?» chiede con un sorriso appena accennato.
Lo riconosco subito.
«Buonasera, Ginaccio.»
Indica con il mento i tavolini.
«Prima Argentina e Spagna. Poi i giudici. Poi i politici. Poi le più alte cariche dello Stato.»
Annuisco.
«È il bello delle discussioni.»
Lui scuote lentamente la testa.
«No. Ognuno ha la sua squadra.»
Rimaniamo in silenzio mentre da un tavolo parte un applauso e da quello accanto una sonora risata di scherno.
Bartali continua a guardare la gente.
«In bicicletta avevamo avversari. Anche rivali, qualche volta. Ma la corsa finiva sotto lo stesso traguardo. Qui, invece, mi sembra che la corsa non finisca mai.»
Giro lo sguardo sui tavolini. Dove prima c’erano giornali e bicchieri, oggi brillano piccoli schermi. Molti scorrono i social senza quasi accorgersene.
C’è chi difende.
C’è chi attacca.
C’è chi esulta.
C’è chi fischia.
Cambiano gli argomenti, non il copione.
Un fatto di cronaca.
Una sentenza.
Una guerra.
L’intelligenza artificiale.
Il clima.
Perfino il prezzo del caffè.
Ogni volta qualcuno indossa una maglia, sceglie una curva e aspetta il fischio d’inizio.
Passiamo più tempo a difendere le nostre idee che a metterle davvero alla prova.
Bartali prende il telefono dal tavolo come se fosse un oggetto curioso.
Lo osserva qualche istante.
Poi lo appoggia di nuovo.
«Sai qual è la differenza?»
«Quale?»
«In una corsa si pedala per arrivare davanti agli altri.»
Fa una pausa.
«Qui, invece, molti discutono solo per impedire agli altri di arrivare da qualche parte.»
«Ed è un peccato.»
«Perché?»
Mi guarda con quel mezzo sorriso che hanno le persone abituate alle salite.
«Perché, amico mio, la realtà non è una tappa del Giro.»
Si infila il berretto.
Prende la bicicletta.
Poi si volta un’ultima volta.
«Le salite si vincono con le gambe. Non con i fischi.»
Regola n. 33
«Un algoritmo non è un oracolo. È una calcolatrice con un buon ufficio marketing.»

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