quando perfino l’Europa si ricorda delle matite

Fra i vari oggetti che albergano in permanenza nel disordine del mio – ehm – tavolo da lavoro, tra una lente di Fresnel e un disco di backup, c’è anche un temperamatite.
Sapete? Uno di quelli di una volta, tutto di metallo.
Nella cassettiera degli oggetti “non si sa mai”, in uno scomparto, conservo matite talmente corte che le mie dita — anzi, i miei ditoni — fanno ormai fatica a usarle.
Sì, perché per gli appunti volatili uso ancora la matita. Ogni mattina, mentre sfoglio le notizie al PC, la tempero.
Stamattina una notizia mi ha colpito:
“Da oggi le grandi aziende del settore tessile nell’Unione europea non potranno più distruggere capi d’abbigliamento mai indossati, scarpe ancora nelle scatole e accessori perfettamente nuovi perché rimasti invenduti o restituiti dai clienti.
Il divieto, introdotto dal Regolamento europeo sull’Ecodesign, punta a favorire il riutilizzo, il riciclo e la donazione dei prodotti, riducendo sprechi e inquinamento.
Le medie imprese dovranno adeguarsi dal 2030.”
La mia prima reazione è stata: «Finalmente.»
La seconda, tre secondi e mezzo dopo, è stata:
«Aspetta… ma siamo arrivati al punto di dover vietare per legge una cosa che dovrebbe sembrare assurda a chiunque?»
Provo a fare un diagramma di flusso veloce.
Fabbrichiamo una camicia consumando acqua, cotone, energia e il lavoro di tante persone.
Passa il tempo.
Passano le mode.
La camicia resta invenduta.
La distruggiamo.
Arriva una legge che ci dice di non farlo più.
E tiriamo un sospiro di sollievo.
Ho passato una vita a districarmi fra algoritmi decisamente più complicati. Questo, invece, continua a sembrarmi inspiegabile.
Sono quasi sicuro che non saranno le mie matite corte a salvare la foresta amazzonica e che continuare a usare quel temperamatite con quarant’anni di servizio non cambierà il clima.
La domanda alla quale cerco risposta è un’altra:
Chi ha deciso che un oggetto non vale più niente solo perché richiede un minimo di manutenzione, o è fuori moda o, peggio, perché si è consumato un poco?
Credo di sapere quando è successo. È successo un po’ alla volta.
Ogni volta che sostituiamo qualcosa ancora utile soltanto perché il catalogo ci propone una versione più nuova.
Ogni volta che consideriamo la manutenzione una seccatura invece che il modo naturale di allungare la vita a un oggetto.
Ogni volta che confondiamo il consumo con il progresso.
Ogni volta che gettiamo una matita perché troppo corta.
Per questo continuo a usare quelle matite. Le tempero.
Non perché siano ecologiche.
Non perché facciano bene al pianeta.
Semplicemente perché hanno ancora qualcosa da scrivere.
Sul fornello, intanto, la moka verde ereditata da mia madre continua a fare il suo mestiere. Lei l’aveva usata per una ventina d’anni. Io da altri venti. Ogni tanto le cambio una guarnizione, le do una pulita e, puntualmente, prepara un caffè migliore di tante macchine moderne.
Forse è questo che continuo a non capire.
Finché una matita scrive e una moka fa il caffè, io continuo a considerarle vive.
Regola n. 7
«Ogni discussione migliora del 20% con una piadina e del 40% con un bicchiere di Sangiovese.»

Lascia un commento