quando il progresso si dimentica delle dita

Alan Turing dialoga con il vecchio nerd nel giardino di Bordonchio davanti a un tablet con una complessa interfaccia touchscreen, riflettendo sul rapporto tra tecnologia, ergonomia e semplicità.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale


Solita alba in giardino a Bordonchio.

Sfoglio sul tablet le notizie mentre da internet arriva una compilation di sassofoni jazz. Li adoro.

Una notifica di WhatsApp mi fa perdere giusto tre note.

Un messaggio vocale.

Se qualcuno mi manda un vocale alle sei del mattino potrebbe essere urgente. Meglio ascoltarlo.

Ma per riuscirci devo sfiorare lo schermo, ritrovare la scheda di YouTube, mettere in pausa la musica senza chiudere tutto, cercare l’icona di WhatsApp, aprire il messaggio… e, soprattutto, resistere alla tentazione di verificare sperimentalmente se un tablet galleggia nell’erba bagnata dalla rugiada.

Impreco sottovoce mentre il cancello cigola.

Questa mattina per il caffè delle sei è passato Alan Turing.

Si siede, sorseggia il caffè e guarda il tablet.

Poi me.

«Curioso.» mi dice «Abbiamo costruito macchine sempre più intelligenti… e vi siete inventati interfacce sempre più stupide.»

Divento un poco rosso sotto la barba. Mi tornano in mente alcune interfacce grafiche che avevo progettato. Per governare alcuni parametri facevo comparire sullo schermo manopole colorate, pulsanti a pressione, switch in miniatura e, perfino, alcuni interruttori a levetta.

Da qualche parte, forse, ho ancora le vecchie routine in Visual Basic.

Insomma, avevo portato il pannello di controllo fisico di una macchina direttamente sullo schermo del computer.

E non era nemmeno un monitor touchscreen.

Pensavo di aver adattato l’informatica all’uomo. E, per quei tempi, probabilmente era anche vero. Poi, quasi senza accorgermene, ho cominciato a chiedere all’uomo di adattarsi all’informatica.

«Vedi Riccardo,» continuò Turing «Un buon computer non si misura da quante cose può fare. Si misura da quante cose ti permette di fare senza pensarci.»

«Eppure continuate a progettare come se fossero le persone a doversi adattare alle macchine.»

Rifletto.

Il pulsante fisico non è nostalgia.

È memoria muscolare.

Il dito sa dov’è.

Gli occhi possono continuare a guardare la strada o i gatti in giardino.

Il cervello non deve interrompere ciò che sta facendo.

Questo è ergonomia prima ancora che tecnologia.

«Allora avevamo ragione noi vecchi?» chiedo

Turing sorride.

«No. Avevate semplicemente dimenticato una cosa. Il progresso non consiste nel togliere pulsanti. Consiste nel togliere fatica alle persone.»

Diavolo di un Turing, ha ragione lui.

Oggi il mercato ci propone telefoni con tasti che ricompaiono in alcune funzioni. Fotocamere che riscoprono le vecchie e care ghiere. Software che sostituiscono gli switch con due semplici cerchietti: e No.

Turing, mentre si avvia verso il cancello, mi lancia un’ultima provocazione:

«Le macchine migliori non sono quelle che chiedono più attenzione.
Sono quelle che quasi riescono a farsi dimenticare.»

Faccio ripartire la compilation.

Il vocale può aspettare qualche minuto.

Il dito trova subito il pulsante “Play”, senza cercarlo.

Le tecnologie migliori sono quelle che, dopo un po’, smetti perfino di vedere.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 14

«Quando qualcuno dice "gli esperti affermano", chiedi quali.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.