Educare la gente, lì è il problema.

Un uomo osserva il tramonto sul mare seduto accanto a un gatto nero. Sullo sfondo, oltre una siepe, si intravede un cartello che indica un posto riservato alle persone con disabilità, simbolo del rispetto delle regole e della responsabilità civile.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


C’è una battuta in un film che, più o meno, dice così:

«Proteggere la nazione è un lavoro. Educare la gente… lì sono guai.»

Fa sorridere. Poi ci pensi un momento e smette di essere una battuta.

Ogni volta che qualcosa non funziona invochiamo una nuova legge.
Una norma più severa.
Una multa più alta.

Un controllo in più.

Come se bastasse cambiare il Codice per cambiare le persone.

La verità è molto meno rassicurante.

Amministrare uno Stato, una Regione, un Comune è difficile.
Servono competenza, equilibrio, risorse, organizzazione.
Bisogna costruire ospedali, mantenere scuole, far funzionare tribunali, trasporti, servizi pubblici.

È un lavoro immenso.

Ma ce n’è uno ancora più difficile.

Convincere milioni di persone a comportarsi correttamente anche quando nessuno le obbliga.

Perché la civiltà non nasce davanti a un vigile.

Nasce quando il vigile non c’è.

Pensiamo al posto riservato alle persone con disabilità.

La legge è chiarissima.
Le strisce sono gialle.
Il cartello è grande come una porta.

Eppure qualcuno parcheggia lo stesso.

«Solo cinque minuti.»
Sono sempre cinque minuti.
Mai mezz’ora.
Mai un’ora.

Cinque minuti.

Peccato che quei cinque minuti possano costringere una persona con difficoltà a camminare cento metri in più, rinunciare a una visita o aspettare che qualcuno decida di restituirle un diritto che non avrebbe mai dovuto toglierle.

Non è un problema di norme.

È un problema di educazione.

Lo stesso succede quando si abbandona il carrello del supermercato in mezzo al parcheggio.

Quando si lascia il sacchetto dell’immondizia accanto al cassonetto perché «tanto lo farà qualcun altro.»

Quando si salta la fila perché «devo solo chiedere una cosa

Quando si condivide una notizia senza aver letto nemmeno il titolo.

Ogni gesto è minuscolo.

Quasi invisibile.

Ma una società non si deteriora tutta insieme.

Si consuma un millimetro alla volta.

La cosa curiosa è che quasi nessuno di noi si considera maleducato.

L’incivile è sempre quello dopo.

L’altro.

Quello che parcheggia male, salta la fila, sporca, urla, condivide sciocchezze.

Noi, invece, abbiamo sempre una buona ragione.

Abbiamo fretta.

Siamo stanchi.

Piove.

«Sono solo cinque minuti

«Lo fanno tutti

Eppure, come diceva una canzone, gli altri siamo noi.

Siamo noi quando lasciamo correre.

Siamo noi quando troviamo una giustificazione per il nostro piccolo abuso.

Siamo noi quando pretendiamo dagli altri un rispetto che, al momento opportuno, concediamo a noi stessi di dimenticare.

Ed è proprio questo il punto.

Una società non è fatta da un generico “loro”.

È fatta da noi.

Dalle nostre abitudini.

Dalle nostre eccezioni.

Dalle nostre scuse.

Dalle piccole cose che facciamo quando siamo convinti che non contino.

Perché quando “lo fanno tutti”, nessuno si sente più responsabile.

Ma se gli altri siamo noi, allora anche la responsabilità è nostra.

La scuola può insegnare.
La famiglia può educare.
Lo Stato può punire.

Ma nessuna legge potrà mai sostituire quella piccola voce che dovrebbe dirci: questa cosa non si fa.

Per questo mi viene da sorridere quando sento invocare una nuova norma per ogni problema.

Le leggi servono.

Eccome se servono.

Ma le leggi indicano il confine.

L’educazione decide se abbiamo voglia di rispettarlo.

Forse il vero indice di civiltà di un Paese non è il numero delle sue leggi.

È il numero di quelle che i cittadini rispettano anche quando sanno benissimo che nessuno li sta guardando.

Perché lo Stato può fare le leggi.

Può mettere cartelli, tracciare strisce gialle, aumentare le multe e mandare controlli.

Ma il Paese, ogni giorno, lo facciamo noi.

Noi, non gli altri.

Anche perché, a guardar bene, gli altri siamo noi.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 2

«Se una notizia ti fa arrabbiare dopo tre righe, leggi anche la quarta.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.