E nemmeno i miei occhiali

Macchina da caffè rossa, Moka e occhiali Aviator sul banco della cucina, con Lillo e Sugar.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale. Nessun gatto è stato maltrattato.


Qualche giorno fa DuckDuckGo ha avuto un’idea curiosa.

Ha messo in vendita, insieme a Knockaround, un paio di occhiali da sole privi di intelligenza artificiale.

Niente telecamera.
Niente microfono.
Niente connessione.
Niente batteria.

In pratica, degli occhiali.

La cosa divertente è che sono andati esauriti rapidamente. Non so se questo rappresenti una ribellione contro l’intelligenza artificiale o semplicemente il successo di una buona trovata pubblicitaria.

So però che la notizia mi ha fatto sorridere.

Da una vita preferisco occhiali come i Ray-Ban Aviator. Li prendo, li metto sul naso e loro fanno esattamente ciò che mi aspetto: mi riparano gli occhi dal sole e mi aiutano a vedere meglio.

Non devo accenderli. Non devo associarli al telefono. Non devo creare un account e, soprattutto, non devo ricordare dove ho messo il caricabatterie.

Devo solo ricordare dove ho messo gli occhiali dopo aver, prudentemente, controllato se li ho sul naso.

Poi ho guardato la mia macchina per il caffè.

Anche lei è piuttosto stupida.

Ogni mattina pretende da me sempre la stessa procedura: devo accenderla, aspettare circa un minuto, inserire una cialda e premere un pulsante.

Non conosce i miei gusti. Non sa a che ora mi sveglio. Non conserva statistiche sui miei consumi e non mi manda una notifica per suggerirmi che, analizzando le mie abitudini, potrebbe essere arrivato il momento di un secondo caffè.

Eppure il caffè lo fa.

A questo punto il dubbio diventa inevitabile.

Siamo sicuri che rendere intelligente un oggetto significhi sempre renderlo migliore?

Non è una domanda contro l’intelligenza artificiale. Sarebbe abbastanza buffo, visto che ormai la uso quasi quotidianamente.

Quando mi serve.

È piuttosto una domanda sull’utilità.

Ci sono attività nelle quali una macchina capace di analizzare enormi quantità di informazioni, confrontare dati, riconoscere schemi o aiutarci a ragionare può essere uno strumento straordinario.

Ma ci sono anche oggetti che hanno raggiunto una condizione meravigliosa: fanno bene quello che devono fare.

Forse potremmo lasciarli in pace.

Una lampadina deve fare luce. Un tostapane deve tostare il pane. Gli occhiali devono proteggere gli occhi dal sole.

E la macchina del caffè deve fare il caffè.

Non ho bisogno che sappia chi sono.

In fondo esiste anche una forma di eleganza tecnologica che consiste nel capire quando non aggiungere tecnologia.

Forse dovremmo riscoprire l’oggetto sufficientemente stupido.

Quello che non raccoglie dati, non installa aggiornamenti, non pretende password e non smette improvvisamente di funzionare perché un server dall’altra parte del mondo è irraggiungibile.

Lo usi.

Fa il suo lavoro.

E quando hai finito, lo spegni.

I miei occhiali, per esempio, hanno un’autonomia praticamente infinita.

La macchina del caffè un po’ meno.

Ma solo perché, prima o poi, finisce l’acqua. Oppure, peggio, ho finito le cialde.

Ma l’intelligenza umana ha sempre pronto il sistema di backup: la vecchia Moka e la scorta di caffè macinato.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 12

«Non discutere di algoritmi, nucleare o requisiti software quando sta arrivando il pranzo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.