Quando l’ignoranza diventa un modello di business

Mi sono sempre chiesto se Eduardo De Filippo fosse un semplice autore di commedie dialettali, un poeta, un filosofo o cosa. Guardando le sue commedie e i finali a volte amari ma sempre commoventi, sono arrivato a una convinzione:
Eduardo, in fondo, non era un pessimista. Era uno che guardava la realtà senza sconti, ma continuava a credere che gli uomini potessero migliorare.
«L’ignoranza è nu titol’ ‘e rendita! Miettit’ a n’ignorante vicino e camp’ buono tutt’a vita toja!»
L’ignoranza è un titolo di rendita. Mettiti accanto a un ignorante e vivrai bene per tutta la vita.
Quando Antonio Barracano pronuncia questa frase ne “Il Sindaco del Rione Sanità”, Eduardo De Filippo non sta facendo una delle sue battute morali. Sta descrivendo un meccanismo di potere.
L’ignoranza, per Barracano, non è un difetto morale. Non è motivo di scherno. È una condizione che rende le persone più facili da guidare, convincere e, nei casi peggiori, sfruttare. Per questo conclude amaramente: mettiti accanto a un ignorante e vivrai bene tutta la vita.
Sono passati più di sessant’anni da quando quella commedia è stata scritta. Eppure, ascoltando oggi quelle parole, viene spontaneo chiedersi se il problema sia davvero cambiato.
Forse non viviamo più nell’epoca dell’ignoranza.
Viviamo nell’epoca della disinformazione.
Sembrano la stessa cosa, ma non lo sono.
L’ignoranza può lasciare spazio al dubbio: non so, quindi posso domandare, ascoltare, cambiare idea.
La disinformazione, invece, spesso riempie quello spazio di certezze.
Chi è disinformato è spesso convinto di possedere già tutte le risposte. Ha letto un titolo, visto un video di trenta secondi, trovato qualcuno che conferma le sue convinzioni. E questo gli basta.
È una condizione molto più difficile da superare.
La tecnologia, naturalmente, non è il problema. Internet ci ha dato accesso a una quantità di conoscenze che nessun’altra generazione ha mai avuto. L’intelligenza artificiale può spiegare, tradurre, confrontare fonti e perfino aiutare a ragionare.
Il punto è un altro.
Ogni piattaforma vive della nostra attenzione. E l’attenzione si conquista molto più facilmente con l’indignazione che con la complessità, con gli slogan che con le sfumature, con le certezze che con i dubbi.
Se una notizia ci fa arrabbiare, la condividiamo. Se conferma quello che pensiamo già, ci crediamo.
Se ci costringe a riflettere, spesso la lasciamo lì.
Così, senza accorgercene, il modello di business non è più vendere un giornale o un programma televisivo. È trattenere il nostro sguardo qualche secondo in più.
E se per riuscirci occorre alimentare pregiudizi, semplificazioni o false certezze, il rischio è che la disinformazione diventi davvero una rendita.
Esattamente come aveva intuito Barracano.
Non serve immaginare grandi complotti.
Basta ricordare che chi trae profitto dalla nostra attenzione ha tutto l’interesse a non farcela perdere.
Forse è questa l’eredità più attuale di Eduardo De Filippo.
L’ignoranza non è mai stata un affare per gli ignoranti.
È sempre stata un ottimo affare per qualcun altro.
La vera domanda, oggi, non è se gli algoritmi ci manipolino.
È se abbiamo ancora voglia di verificare quello che ci raccontano.
Se abbiamo ancora voglia di sapere o ci basta avere ragione.
Regola n. 3
«Diffida di chi ha una soluzione semplice per un problema complicato. Ma diffida di più di chi ti propone una soluzione complicata per un problema semplice.»
