…tutti gli altri?

Lavagna piena di formule, grafici e percentuali, con un disegno infantile di un bambino in un angolo.
Immagine creata con l’intelligenza artificiale di ChatGPT.

Bene, finalmente sono riuscito a buttarci un occhio e a dissipare, almeno in parte, la nebbia intorno al decreto scuola approvato dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana e che ha sollevato tante discussioni e polemiche.

Nelle nuove classi è stato introdotto il limite del 30% per gli alunni stranieri.

E qui mi si è sollevato il primo sopracciglio.

Fra i criteri indicati per il calcolo c’è il percorso scolastico seguito in Italia e, almeno secondo le intenzioni, la conoscenza dell’italiano. Una soluzione relativamente semplice per un problema che esiste. Se in una classe ci sono troppi alunni con difficoltà linguistiche, l’insegnamento diventa più difficile.

Quindi il 30% diventa un 30%, però…

Secondo i dati forniti dal ministro, oggi in Italia ci sarebbero 34.000 classi nelle quali gli alunni stranieri superano il 30%. Ma nemmeno lui sa dire quante di quelle classi rientreranno davvero nella nuova normativa, una volta sottratti i cittadini stranieri nati in Italia, quelli che parlano bene l’italiano e quelli che hanno già seguito un sufficiente percorso formativo in Italia.

Ma lasciamo da parte gli slogan.

Prendiamo una classe di trenta alunni, di cui nove non parlano bene l’italiano o non hanno un sufficiente percorso formativo. La classica situazione limite, secondo il decreto. Arriva un altro bambino che non parla bene l’italiano.

Cosa ne facciamo?

Il sistema, prudentemente, ha previsto anche questo caso. L’amministrazione scolastica dovrà cercare un’altra classe, anche in una scuola vicina, dove “dirottare” il numero trentuno. E il ministro precisa che non può essere considerata vicina una scuola che si trova a «20 chilometri». Se non c’è una soluzione, naturalmente si prenderà in considerazione una deroga alla norma e le risorse scolastiche per potenziare l’italiano.

È qui che partono le domande concrete.

Se non deve essere a 20 chilometri, come dice il ministro, a quanti chilometri deve essere?

E se quella scuola non ha più posti?

E se il bus scolastico di quella scuola non arriva nel quartiere del bambino?

Forse saremmo costretti ad andare in deroga. E in Emilia-Romagna, su 24.600 classi, una su cinque è già in deroga in base alle precedenti norme.

Qui non si tratta di dire che una percentuale è buona o cattiva.

Dire il 30% significa dare una percentuale.

Il 31% è un bambino che può avere più o meno voglia di studiare, ma che ha un nome, il suo bravo zaino, forse anche delle sorelle e dei fratelli che vanno a scuola.

Ha anche una mamma o un papà che a scuola devono portarcelo e andarlo a riprendere.

Un bambino che alle otto di mattina deve sedersi in una classe.

Una volta che una legge ha stabilito una riga, cosa succede davvero a chi si trova dall’altra parte della riga?


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 71

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