… l’ha detto l’orologio.

E, volenti o nolenti ci siamo arrivati. Siamo passati, quasi inconsapevolmente o forse con troppa disinvolta consapevolezza, dalla cura clinica all’automisurazione continua dei parametri clinici del nostro corpo. Pressione arteriosa? Auto misuratore collegato allo smartphone. Ossigenazione del sangue? Ci pensa lo smartwatch che, per non farti mancare nulla, ti misura i battiti cardiaci, le ore di sonno e l’equilibrio della camminata.
Dati che finiscono nella memoria di un dispositivo e potrebbero essere usati per capire cosa ci sta succedendo, come prevenire malattie o accidenti anche gravi.
Ho detto potrebbero e lo ribadisco. Perché come tutte le medaglie anche questa si presenta con due facce.
La prima, secondo me, è l’illusone del dato grezzo collegato al benessere psicofisico dove potremmo trovarci in due situazioni quasi contrapposte.
Il bivio, inevitabile, mostra due percorsi. La strada di maggiore impatto è una sorta di consapevolezza che ci porta a osservare certe cose e di prevenire, sotto consiglio medico – mi raccomando, che alcune “banalità” si trasformino in malattie anche serie.
La seconda, subdola e quasi nascosta, è che ci preoccupiamo talmente di alcuni parametri da andare nel panico non appena escono da quelli che consideriamo i valori normali. Glicemia oltre 100? La mente dice: «Attenzione rischio diabete!» e il corpo risponde «Cretino, ti sei scordato il tiramisù a colazione?»
L’ho detto più di una volta, qui e anche in dibattiti pubblici: l’OMS definisce la salute non come semplice assenza di malattia, ma come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. E io aggiungo, senza remore, anche economico.
E qui si apre un altro fronte dove, immancabile, appare la nostra medaglia double-face.
E, sì. I dispositivi di qualità, dico quelli certificati con il marchio CE o dalla FDA americana, hanno costi non proprio accessibili a tutti.
Garantiamo il benessere solo a chi ha i soldi oppure la salute è un diritto universale come dice la nostra Costituzione e l’OMS?
Si, certo, ci sono dispostivi che controllano la glicemia senza costare un capitale ma vuoi mettere pungerti il dito, raccogliere una goccia di sangue ed infilare la striscetta in una macchinetta contro un “coso” che lo attacchi alla pelle e ti dica in continuazione sul telefonino quale è il valore dello “zucchero nel sangue”?
Poi c’è un altro problema. Possiamo avere il miglior dispositivo indossabile del mondo, con funzioni medicali certificate o autorizzate, ma far arrivare quei dati al nostro medico o al Fascicolo Sanitario è tutt’altra faccenda.
Apple, Samsung, Garmin, Fitbit e chissà quanti altri sistemi dovrebbero parlare la stessa lingua e, soprattutto, bisognerebbe essere certi di cosa stiamo misurando e di come lo stiamo facendo.
Insomma, raccogliere un dato è facile. Trasformarlo in qualcosa di cui un medico possa fidarsi è tutta un’altra storia.
Voi vi fidereste di un medico che butta un occhio a un solo rigo delle vostre analisi e risponde: «Stai bene, torna a casa e abboffati pure come un cinghialotto?»
Io, francamente, poco o niente. Anzi niente.
Poi, se vado a fare le analisi del sangue mi trovo davanti un infermiere, uno che ha fatto tre anni di università, che mi infila un ago in vena in condizioni sterili standardizzate, che raccoglie il campione in provette controllate, le infila in un contenitore apposito e le manda in un laboratorio dove altri laureati fanno le loro magie con macchinari sofisticati.
Se il cinturino dell’orologio è lento, se facendo un bagno a mare il sale ha modificato la conducibilità della pelle, se abbiamo sudato? Il valore dell’ossigeno nel sangue che ci dà il nostro orologio sarà attendibile?
E, infine, il fatto che il nostro sensore indichi che abbiamo avuto un sonno irregolare dice al medico che riceve i dati che ieri sera abbiamo mangiato peperoni imbottiti che per tutta la notte si sono divertiti nell’ascensore stomaco-esofago?
Ho omesso gli aspetti della privacy e della comunicazione dei dati.
Lì entriamo in un campo che potrebbero essere argomento per non una, ma decine di tesi di laurea in ingegneria o giurisprudenza.
Dove voglio arrivare?
Niente contro i wearable, ma occhio a usarli come cose, e a non farci usare dalle cose come una cosa.
Perché la nostra salute è fatta anche di numeri. Ma nessun numero, da solo, può raccontare come stiamo.
Per quello, forse, serve ancora un medico che ti guardi e dica:
«Dai, a 72 anni non sei messo tanto male.»
Regola n. 61
«Se chiedi a un consulente "sì o no", preparati a ricevere un seminario. La risposta arriverà alla slide 37.»

sabato 5 Settembre 2026 alle 10:24
Trovarlo un medico che ti ascolta e ti dice qualcosa !
sabato 5 Settembre 2026 alle 11:23
E una caregiver che effettua misurazioni con gli appositi mezzi? Come la vedi? Garmin non ha lo stesso fascino e lo stesso sorriso
domenica 6 Settembre 2026 alle 10:14
No, e poi è freddo …
❤️
mercoledì 16 Settembre 2026 alle 15:54
😀