C’è un celebre aforisma di Schopenhauer, quello dei porcospini. Per chi non lo conoscesse lo sintetizzo così: in una fredda giornata d’inverno, un gruppo di porcospini si stringe per scaldarsi, ma gli aculei reciproci li pungono, costringendoli ad allontanarsi. Alla fine, trovano una distanza giusta – né troppo vicina, né troppo lontana – che permetta loro di non morire di freddo, ma nemmeno di dolore.

Se Schopenhauer fosse vivo oggi (ammesso e non concesso che si fosse anche lui piegato alla tecnologia), probabilmente avrebbe aggiornato la metafora. I porcospini moderni siamo noi, rannicchiati davanti a uno schermo, che ci avviciniamo a colpi di messaggi, cuoricini e vocali da 2 minuti e 47 secondi. Solo che i nostri aculei non sono più di cheratina: sono notifiche push. E invece del freddo dell’inverno, ci difendiamo dal gelo della solitudine digitale.

Ma come i porcospini, anche noi non troviamo mai la giusta distanza. Se ci avviciniamo troppo, finiamo trafitti dal sovraccarico comunicativo: “Hai visualizzato e non risposto?”, “Perché mi ha lasciato in sospeso?”, “Ma quel doppio spunta blu…?”. Se ci allontaniamo, invece, arriva l’ansia da isolamento: “Nessuno mi scrive più, sarò diventato invisibile?”. Insomma, qualunque cosa facciamo, finiamo punti. Eppure…

Schopenhauer, che già non aveva grande fiducia nel prossimo, probabilmente avrebbe resistito poco in questo zoo digitale. Dopo due giorni di “Buongiornissimo” nel gruppo condominiale e di citazioni apocrife su sfondi di tramonti, avrebbe abbandonato il gruppo e disattivato l’account con un secco aforisma: “L’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che gli notificano.”

Eppure, in fondo, siamo qui per lo stesso motivo dei suoi porcospini: cercare calore. Solo che lo cerchiamo in un modo che ci punge continuamente. Ogni “like” è un piccolo brivido di approvazione, ma anche una puntura: ci fa dipendere dagli altri per sentirci vivi. Ogni messaggio non letto è una spina che resta infilata nel fianco dell’autostima.

Forse la vera saggezza oggi non è disattivare tutto, ma trovare la giusta distanza digitale: abbastanza vicini da non sentirci soli, ma abbastanza lontani da non diventare schiavi della connessione. Una distanza che permetta di parlare, ogni tanto, con qualcuno in carne e ossa — magari davanti a un caffè, senza filtro, senza “status online”.

Schopenhauer non avrebbe avuto WhatsApp, è vero. Ma forse, se l’avesse avuto, ci avrebbe insegnato che la filosofia serve proprio a questo: capire quando è il momento di silenziare il gruppo e uscire a prendere aria.

Alla fine dei conti sono anche io un porcospino digitale e forse della peggiore specie. Continuo anch’io a pungere e a farmi pungere, a promettermi “meno schermo, più vita”, mentre controllo per la quarta volta se qualcuno ha visualizzato il mio ultimo messaggio nel gruppo dei gattini di famiglia. Forse Schopenhauer aveva ragione: la vera libertà è nel silenzio.

E, mentre mi atteggio a filosofo digitale, mando un ultimo messaggio nel gruppo: “Ragazzi, vi mando la versione definitiva dell’articolo. Fatemi sapere cosa ne pensate!”.

(Occhio, se non rispondete potrei arrabbiarmi!)

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