
C’è una cosa curiosa nel calcio moderno: dura praticamente tutta la settimana eppure lascia molto meno ricordi di quando occupava soltanto la domenica.
Ieri, quasi per costrizione familiare e gastronomica, mi sono ritrovato a seguire le partite.
Non amo particolarmente il calcio, lo ammetto serenamente. Riesco, forse, a distinguere un fuorigioco da una carbonara fatta con la panna. Niente di più
Eppure, vedere cinque partite giocate in contemporanea mi ha provocato una strana sensazione.
Un misto di malinconia, rabbia e delusione.
Non nostalgia, attenzione.
La nostalgia è una malattia che tende a trasformare tutto il passato in una pubblicità del Mulino Bianco.
Qui il problema, secondo me, è un altro.
Per qualche ora ho rivisto un mondo in cui il calcio aveva ancora il pudore dell’attesa.
C’erano “Tutto il calcio minuto per minuto”, le radioline gracchianti, i collegamenti improvvisi – “Scusa Ameri”, le urla dei cronisti che sembravano uomini appena sopravvissuti a un’eruzione vulcanica. Poi “Novantesimo Minuto”, con i servizi montati in fretta e furia e quella sensazione bellissima di stare guardando qualcosa che era appena successo davvero.
E la sera, “La Domenica Sportiva”.
Che già nel nome aveva qualcosa di quasi istituzionale, come “La Gazzetta Ufficiale”, ma con più baffi e meno decreti legge.
Soprattutto, però, c’era una cosa oggi rarissima: il contemporaneo.
Le partite si giocavano insieme.
La domenica era la domenica.
Non esistevano anticipi il venerdì, posticipi il lunedì, spezzatini televisivi, aperitivi calcistici, brunch agonistici e probabilmente — prima o poi — nemmeno il “calcio all’alba per ottimizzare l’engagement asiatico”.
Oggi il calcio non è più uno sport che si guarda.
È un flusso continuo da alimentare.
Partite distribuite strategicamente lungo tutta la settimana come le puntate di una soap opera: basta che l’utente non abbia mai il tempo di staccarsi davvero.
Highlights, reaction, commenti, polemiche, moviole, podcast, prepartita, postpartita, dopo-post-partita e analisi tattiche di persone che fino a tre anni fa recensivano frullatori su YouTube.
Non c’era il VAR.
C’era un arbitro che decideva nel momento stesso in cui vedeva qualcosa.
La moviola serviva per discutere al bar il lunedì, non a sezionare il millimetro come un’autopsia sportiva.
Più errore, forse. Ma anche più umanità.
Ci raccontano che è un vantaggio: più calcio per tutti.
Più tecnologia, più precisione millimetrica, meno spazio alla fantasia.
Ma a volte il troppo assomiglia terribilmente al niente.
Perché quando tutto è evento, niente è più evento.
Una volta il calcio interrompeva la settimana.
Adesso serve a riempire i buchi del palinsesto.
E forse la vera malinconia non riguarda il pallone.
Riguarda il fatto che abbiamo trasformato anche i rituali collettivi in contenuti da distribuire a rate.
Abbiamo tecnologie capaci di collegare milioni di persone nello stesso istante e siamo riusciti comunque a perdere il gusto di vivere qualcosa insieme, nello stesso momento.
Ridatemi “Novantesimo Minuto”.
Anche solo per ricordarci che l’attesa, ogni tanto, faceva parte dello spettacolo.
Regola n. 12
«Non discutere di algoritmi, nucleare o requisiti software quando sta arrivando il pranzo.»

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