C’è una frase che negli ultimi tempi compare ovunque, come il prezzemolo o gli esperti meteo apocalittici su YouTube:
“Non siamo noi. È l’intelligenza artificiale.”

Che meraviglia.

Per decenni licenziare persone è stato un gesto spiacevole, imbarazzante, quasi volgare.
Bisognava convocare riunioni, inventare motivazioni, assumersi almeno un pezzetto di responsabilità morale.

Oggi no.

Oggi basta indicare un server da qualche parte nel Nebraska e sospirare:
“Eh… sapete… l’AI…”

L’intelligenza artificiale è diventata il colpevole perfetto.
Non protesta, non si offende, non va dai sindacati e soprattutto non rilascia interviste nei talk show. Anche se con me l’ha fatto, ma questa è un’altra storia.

È una specie di divinità aziendale moderna:
invisibile, onnipresente e molto utile quando bisogna sacrificare qualcuno.

La cosa divertente è che certe aziende parlano dell’AI come se fosse scesa dalla montagna con le tavole della legge:
“Automatizzerai il back office.”
“Ridimensionerai il personale.”
“Massimizzerai il margine EBITDA.”

Sì, il maledetto EBITDA, che io preferisco interpretare come “Earnings Before Bullshit Things Deducted” (margine al netto delle fesserie che dico).

E il dirigente annuisce serio, come Mosè davanti al roveto ardente.
Solo con PowerPoint.

Naturalmente non è colpa della tecnologia.
L’intelligenza artificiale, usata bene e capita meglio, può essere una manna santa.

Può evitare a milioni di persone lavori ripetitivi, noiosi e burocratici.
Può riassumere documenti, ordinare dati, filtrare mail, persino interpretare il linguaggio aziendale motivazionale, che già di suo è una forma avanzata di crittografia.

In certi uffici metà dell’energia umana viene consumata per produrre file che serviranno a creare altri file destinati a giustificare l’esistenza dei primi file.

Se l’AI riesce a interrompere questa catena alimentare documentale, ben venga.

Il problema nasce quando la parola “efficienza” entra in una sala riunioni.

Perché lì succede qualcosa di misterioso.
Gli occhi iniziano a brillare.
Le slide si moltiplicano.
Qualcuno pronuncia frasi tipo:
“Fare di più con meno.”

Che è il modo elegante con cui il management dice:
“Gli altri lavoreranno il doppio. E noi guadagneremo il triplo.”

E infatti il sogno di certi imprenditori sembra essere questo:
un’azienda perfetta fatta solo di software, dashboard e un povero stagista disidratato incaricato, al massimo, di riavviare il router.

Poi però arriva la realtà.

Clienti inferociti che parlano con chatbot addestrati sull’empatia di un citofono.
Assistenti virtuali che rispondono con entusiasmo a domande completamente sbagliate.
Call center in cui, per parlare con un essere umano, bisogna superare prove degne di un videogioco anni Novanta.

“Se desidera parlare con un operatore, prema 9.”
“Mi dispiace. Opzione non disponibile nell’universo osservabile.”

Perché c’è un dettaglio che ogni tanto sfugge:
gli esseri umani sono complicati.

Hanno sfumature.
Contesto.
Intuito.
Ironia.
Giornate storte.

Capiscono quando qualcuno è arrabbiato anche se dice “va tutto bene”.
Che è una frase che l’intelligenza artificiale, al momento, interpreta ancora con ottimismo commovente.

E allora forse il punto non è se l’AI sostituirà le persone.
Il punto è un altro:
quanto velocemente certe persone useranno l’AI come scusa per fare cose che volevano fare già da prima.

Perché, a essere sinceri, il computer non si sveglia la mattina dicendo:
“Oggi licenzio tre impiegati amministrativi.”

Quella, almeno per ora, resta una competenza molto umana.


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