(ovvero la truffa WhatsApp per chi si sente un po’ troppo “in regola”)

Ammettiamolo: ricevere un avviso di pagamento non piace a nessuno.
Ma ricevere un messaggio su WhatsApp che ti accusa di non aver pagato il pedaggio autostradale, magari da un numero con prefisso Kirghizistan, dovrebbe attivare un riflesso semplice: non pensare. non cliccare. non negoziare.
E invece no.
La nuova truffa del “pedaggio non pagato” sta svuotando conti correnti più velocemente di una supercar in corsia di sorpasso. Solo che qui, al volante, non c’è una star del calcio. C’è la nostra distrazione.
Il copione è sempre quello. Scritto da principianti e, diciamolo un poco banale. Ed è proprio la sua banalità a renderlo pericoloso.
Partiamo dal mittente improbabile
Ti scrive un numero sconosciuto su WhatsApp. Estero. Sospetto quanto una neve a Ferragosto.
Eppure qualcuno, ogni volta, pensa: “Mah, magari è vero”. “Sono solo sei euro e cinquanta, che vuoi che sia”
Autostrade per l’Italia che ti scrive su WhatsApp è un po’ come il postino che ti consegna una multa presa a Dubai alla guida di un monopattino elettrico.
Secondo passaggio: il link della discordia
“Regolarizza subito la tua posizione.”
Clicchi.
E atterri su un sito che sembra quello ufficiale. Stessi colori, stessa grafica, stessa aria da ufficio pubblico travestito da efficienza.
Poi guardi l’indirizzo.
E lì capisci che non sei su un sito istituzionale, ma su qualcosa tipo:
autostrade-pagaci-ora-o-ritenta-sarai-più-fortunato.com
E Arriva la magia:
Targa. Carta. Codici.
Inserisci tutto per “chiuderla velocemente”.
E infatti si chiude:
si apre il tuo conto… e si chiude il tuo saldo.
Qui la parte meno divertente ma più importante.
Autostrade per l’Italia, insieme alle autorità di cybersicurezza e alla Polizia Postale, lo ripete da tempo:
non invia richieste di pagamento via WhatsApp o SMS non richiesti.
Lo ricordano anche organismi ufficiali come il CSIRT Italia e la Polizia Postale:
se hai un mancato pagamento, lo trovi su canali istituzionali (portali ufficiali, app, comunicazioni formali magari con una raccomandata A.R.), non dentro una chat tra un video di gatti e una catena di “Buongiornissimo, Kaffè?”.
Tradotto:
se il tuo “debito” arriva su WhatsApp, molto probabilmente non è un debito. Al 99,999 % è un tentativo di pesca a strascico digitale.
Come evitare di finanziare il lato creativo del crimine
Le opzioni sono tre:
- Ignora e blocca: comportamento consigliato dagli enti ufficiali.
- Verifica solo su canali ufficiali: digitando tu l’indirizzo, mai passando dai link ricevuti.
- Risposta creativa (facoltativa ma magari un filino volgare): non cambia il mondo, ma migliora l’umore.
Se invece ci sei cascato:
banca subito, blocco carta, denuncia alla Polizia Postale. Senza poesia, senza attese.
Morale (non richiesta ma inevitabile)
La cybersicurezza oggi non è fatta di cybercriminali col cappuccio.
È fatta di messaggi scritti male, link troppo facili e persone che hanno fretta di togliersi il pensiero.
Perché alla fine il trucco è sempre quello:
non rubano con la tecnologia.
Rubano con la nostra distrazione.
E il pedaggio, stavolta, lo paghi davvero. Caro, molto caro.
Regola n. 18
«Le persone sono quasi sempre più complicate delle etichette che gli appiccichiamo.»

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