(e perché diamo la colpa ai bambini?)

Modem, smartphone e giocattolo rotto in bianco e nero su un tavolo di legno.


«Ogni volta che una società decide che i suoi giovani devono essere tenuti lontani da uno strumento, la domanda più interessante non è cosa stiano facendo i giovani. È cosa abbiamo fatto noi adulti a quello strumento.»

Lunedì il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato l’intenzione di introdurre nel Regno Unito un divieto all’uso dei social media per i minori di 16 anni. Una scelta simile a quella già adottata dall’Australia e discussa, con diverse sfumature, in molti altri paesi.

La notizia ha riacceso un dibattito che torna periodicamente come il susseguirsi delle stagioni: i social fanno male ai ragazzi?

La risposta più onesta è probabilmente: sì, possono fare male.

Possono alimentare dipendenza, ansia, isolamento, confronto ossessivo con gli altri. Possono trasformare ogni momento della vita in una prestazione da esibire e ogni opinione in una gara a chi urla più forte.

Fin qui, nulla da obiettare.

Quello che mi lascia perplesso è un altro aspetto della questione.

Perché i social non sono stati inventati dai quattordicenni.
Non sono stati progettati dai sedicenni.
Non sono stati trasformati in gigantesche macchine pubblicitarie dai ragazzi delle scuole superiori.

Non sono stati gli adolescenti a scoprire che la rabbia genera più clic della riflessione, che l’indignazione trattiene l’attenzione più della calma e che un algoritmo preferisce quasi sempre una lite a una conversazione civile.

Tutto questo è stato fatto dagli adulti.

Da imprenditori adulti.
Da politici adulti.
Da comunicatori adulti.
Da utenti adulti.

Eppure, quando il giocattolo comincia a mostrare i suoi difetti, la soluzione che sempre più spesso viene proposta è semplice: teniamo lontani i bambini.

È una reazione comprensibile. Sembra persino ragionevole in alcuni casi.

Ma ho il sospetto che stia affrontando il sintomo più che la causa.

Se uno strumento è considerato troppo pericoloso per chi ha quindici anni, forse dovremmo interrogarci anche sul modo in cui viene utilizzato da chi ne ha quaranta.

Da chi ne ha più di cinquanta.

Da chi governa.

Da chi decide.

Basta aprire un qualsiasi social network per assistere a spettacoli che nessun genitore accetterebbe serenamente dal proprio figlio: insulti, aggressività, disinformazione, tifoserie politiche e ideologiche che trasformano ogni argomento in una rissa permanente.

Spesso non sono i ragazzi a dare il cattivo esempio.

Spesso sono gli adulti.

Forse è proprio questo il paradosso che mi colpisce di più.

Quando arrivò Internet ci dissero che avrebbe ampliato l’accesso alla conoscenza, favorito il dialogo e abbattuto le distanze.

Molti di noi ricordano ancora la rete dei modem rumorosi, dei forum, delle mailing list e delle comunità costruite intorno agli interessi condivisi.
Quando si iniziava un commento con un prudente “IMHO” e una discussione accesa non diventava automaticamente una guerra di religione.

Oggi, invece, discutiamo di come impedire ai ragazzi di accedere allo stesso mondo che noi adulti continuiamo a frequentare ogni giorno.

E allora la domanda che mi pongo non è se i social debbano essere vietati prima dei sedici anni.

È un’altra.

Come siamo riusciti a trasformare uno strumento che prometteva di collegare le persone in qualcosa dal quale sentiamo il bisogno di proteggere i nostri figli?

Forse la risposta non riguarda i ragazzi.

Forse riguarda noi.

Perché ogni volta che una società decide di mettere sotto chiave un giocattolo, vale sempre la pena chiedersi chi lo abbia rotto davvero.

Troppo spesso non sono i bambini.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 37

«Se non riesci a spiegare una cosa davanti a una piadina, forse non l'hai capita davvero.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.