ma il tempo resta relativo.

Ho letto una notizia che, da vecchio informatico con qualche anno di servizio sulle spalle, mi ha fatto sorridere. E pensare.
I fisici hanno realizzato il primo orologio nucleare. Una macchina capace di misurare il tempo con una precisione mai raggiunta prima. Una di quelle cose che fanno immediatamente pensare alla scienza, ai satelliti, alle missioni spaziali e ad altre faccende che normalmente non riguardano chi sta cercando gli occhiali che, ovviamente, ha in testa.
La prima domanda che mi è venuta spontanea è stata molto meno scientifica: «E adesso i treni cosa faranno?».
Già immagino l’annuncio: “Il treno regionale 2147 per Rimini viaggia con circa 7 minuti, 12 secondi, 348 millisecondi, 921 microsecondi e 17 nanosecondi di ritardo”.
E il passeggero medio continuerebbe a considerarlo, semplicemente, “in ritardo“.
Perché se c’è una cosa che l’umanità ha sempre fatto con entusiasmo è costruire strumenti sempre più precisi per misurare fenomeni che continuano a comportarsi a modo loro.
Pensateci un attimo.
Per secoli ci siamo accontentati del sole, delle campane e degli orologi meccanici. Poi sono arrivati gli orologi al quarzo. Poi quelli atomici. Adesso quelli nucleari.
Una trafila risparmiata a mio nonno, orefice e orologiaio, che le giornate continuava comunque a misurarle con la campana del Municipio.
E regolava il suo orologio su quelle.
Noi, nel frattempo, continuiamo a guardare l’orologio e a dire:«Accidenti, sono già le sei.»
Che, a pensarci bene, è una frase curiosa.
Perché l’orologio ci informa con precisione assoluta dell’ora. Ma non riesce a spiegarci dove sia finita la giornata.
La verità è che da molto tempo non stiamo migliorando la nostra capacità di vivere il tempo. Stiamo migliorando la nostra capacità di misurarlo.
E non è la stessa cosa.
Ogni generazione ha ricevuto una promessa.
La lavatrice ci avrebbe fatto risparmiare tempo.
L’automobile ci avrebbe fatto risparmiare tempo.
L’e-mail ci avrebbe fatto risparmiare tempo.
Internet ci avrebbe fatto risparmiare tempo.
Lo smartphone ci avrebbe fatto risparmiare tempo.
L’intelligenza artificiale ci farà risparmiare tempo.
A questo punto sorge un dubbio ragionevole.
Dove è finito tutto il tempo che abbiamo risparmiato? Sicuramente non in un libretto postale da dove prelevare in caso di bisogno.
Perché io ricordo perfettamente quando per ricevere una lettera servivano giorni, per cercare un’informazione bisognava andare in biblioteca e per telefonare fuori casa occorreva trovare una cabina funzionante.
Eppure nessuno sembrava avere meno tempo di oggi.
Anzi.
Ho il sospetto che il tempo risparmiato si comporti esattamente come lo spazio libero di un hard disk.
Appena compare, qualcuno lo occupa.
Una volta un disco da 20 megabyte sembrava enorme. Oggi abbiamo terabyte di memoria e continuiamo a cancellare file perché non basta mai.
Con il tempo succede la stessa cosa.
Più ne liberiamo, più troviamo il modo di riempirlo.
L’orologio nucleare rappresenta una straordinaria conquista scientifica. Permetterà misure più accurate, sistemi di navigazione più precisi, strumenti di ricerca più sofisticati.
Ma c’è una cosa che non riuscirà comunque a misurare.
Quanto dura una mattina d’estate passata con una persona cara.
Quanto dura l’attesa di una telefonata importante.
Quanto dura una notte in ospedale.
Quanto dura il ricordo di qualcuno che non c’è più.
Lì il tempo continua a ignorare la fisica e a seguire regole tutte sue.
Forse è per questo che, nonostante gli straordinari progressi della scienza, continuiamo a ripetere la stessa frase di sempre:
«Come passa in fretta il tempo.»
Una frase scientificamente discutibile.
Ma profondamente umana.
E probabilmente resterà vera anche quando riusciremo a misurare un secondo con una precisione ancora maggiore.
Perché ora abbiamo l’ora esatta.
Il tempo, per fortuna o per sfortuna, resta relativo.
Regola n. 3
«Diffida di chi ha una soluzione semplice per un problema complicato. Ma diffida di più di chi ti propone una soluzione complicata per un problema semplice.»

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