Dante contempla una chiavetta USB mentre riflette sul rapporto tra lingua italiana, tecnologia e parole inglesi, con Firenze al tramonto sullo sfondo.


Con una frequenza ormai paragonabile alle “eccezionali ondate di caldo” che arrivano puntualmente ogni estate capita di imbattersi in petizioni, fantomatiche (fantasiose) proposte di legge o, più semplicemente, interventi sui social che vogliono limitare – alcuni abolire – l’abuso delle parole inglesi.

Lo scenario proposto è quasi sempre lo stesso: il profilo arcigno del Sommo Poeta con l’immancabile titolo “L’italiano c’è, perché non usarlo?”

Devo dire, francamente, che l’intenzione è nobile.

Anche perché, molte volte sembra che per ottenere una promozione o l’attenzione degli ascoltatori basti sostituire parole normali con parole inglesi.

Una riunione diventa un meeting.
Un problema diventa una issue.
Un errore diventa un bug.

Fortunatamente un caffè resta un caffè perché nemmeno il marketing ha ancora avuto il coraggio di chiamarlo coffee experience.

E poi alcuni degli esempi proposti sono effettivamente condivisibili: fake news possiamo tranquillamente tradurlo con bufale; tendenza sostituisce tranquillamente trend, così come artista possiamo usarlo al posto di performer. E via discorrendo.

Ma in altri casi si rischia di fare confusione. Il caregiver non possiamo liquidarlo come badante. È una persona che assiste, si prende cura e spesso si fa carico della vita quotidiana di un’altra persona, di solito un familiare.

Un account può essere profilo, utenza, credenziale, conto… dipende dal contesto.

E poi, da vecchio informatico, temo gli eccessi.

Perché la lingua è una strana bestia: quando funziona, serve a capirsi. Quando smette di funzionare, serve soprattutto a confondersi.

Immaginate di entrare in un negozio di informatica.

«Buongiorno, avrei bisogno di una chiavetta USB.»

«Intende un dispositivo di memorizzazione a stato solido con collegamento tramite Bus Seriale Universale?»

«Ehm… sì.»

«Da quanti ottetti?»

«Come?»

«Ottetti. Otto bit. In inglese li chiamano byte.»

«Ah. Allora da sedici giga… come si chiamano?»

«Sedici miliardi di ottetti.»

A quel punto il cliente comincia a valutare seriamente il ritorno alla macchina da scrivere.

Il problema non è che una parola sia inglese o italiana.

Il problema è quando viene usata per sembrare più intelligenti invece che per essere più chiari.

Se dico “riunione” invece di “meeting”, va benissimo.

Se dico “tendenza” invece di “trend”, pure.

Ma se un tecnico mi parla di un “protocollo di controllo della trasmissione” e di una “rete di interconnessione mondiale”, dopo qualche minuto finirò inevitabilmente per chiedergli:

«Scusi, ma Internet funziona oppure no?»

La verità è che le parole sono come gli attrezzi.

Non vince chi usa quelli più antichi.

Non vince chi usa quelli più moderni.

Vince chi usa quelli giusti.

E se proprio devo scegliere, continuerò a salvare i miei documenti in byte.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 73

«Se proprio devi perdere tempo, fallo in buona compagnia.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.