
Con una frequenza ormai paragonabile alle “eccezionali ondate di caldo” che arrivano puntualmente ogni estate capita di imbattersi in petizioni, fantomatiche (fantasiose) proposte di legge o, più semplicemente, interventi sui social che vogliono limitare – alcuni abolire – l’abuso delle parole inglesi.
Lo scenario proposto è quasi sempre lo stesso: il profilo arcigno del Sommo Poeta con l’immancabile titolo “L’italiano c’è, perché non usarlo?”
Devo dire, francamente, che l’intenzione è nobile.
Anche perché, molte volte sembra che per ottenere una promozione o l’attenzione degli ascoltatori basti sostituire parole normali con parole inglesi.
Una riunione diventa un meeting.
Un problema diventa una issue.
Un errore diventa un bug.
Fortunatamente un caffè resta un caffè perché nemmeno il marketing ha ancora avuto il coraggio di chiamarlo coffee experience.
E poi alcuni degli esempi proposti sono effettivamente condivisibili: fake news possiamo tranquillamente tradurlo con bufale; tendenza sostituisce tranquillamente trend, così come artista possiamo usarlo al posto di performer. E via discorrendo.
Ma in altri casi si rischia di fare confusione. Il caregiver non possiamo liquidarlo come badante. È una persona che assiste, si prende cura e spesso si fa carico della vita quotidiana di un’altra persona, di solito un familiare.
Un account può essere profilo, utenza, credenziale, conto… dipende dal contesto.
E poi, da vecchio informatico, temo gli eccessi.
Perché la lingua è una strana bestia: quando funziona, serve a capirsi. Quando smette di funzionare, serve soprattutto a confondersi.
Immaginate di entrare in un negozio di informatica.
«Buongiorno, avrei bisogno di una chiavetta USB.»
«Intende un dispositivo di memorizzazione a stato solido con collegamento tramite Bus Seriale Universale?»
«Ehm… sì.»
«Da quanti ottetti?»
«Come?»
«Ottetti. Otto bit. In inglese li chiamano byte.»
«Ah. Allora da sedici giga… come si chiamano?»
«Sedici miliardi di ottetti.»
A quel punto il cliente comincia a valutare seriamente il ritorno alla macchina da scrivere.
Il problema non è che una parola sia inglese o italiana.
Il problema è quando viene usata per sembrare più intelligenti invece che per essere più chiari.
Se dico “riunione” invece di “meeting”, va benissimo.
Se dico “tendenza” invece di “trend”, pure.
Ma se un tecnico mi parla di un “protocollo di controllo della trasmissione” e di una “rete di interconnessione mondiale”, dopo qualche minuto finirò inevitabilmente per chiedergli:
«Scusi, ma Internet funziona oppure no?»
La verità è che le parole sono come gli attrezzi.
Non vince chi usa quelli più antichi.
Non vince chi usa quelli più moderni.
Vince chi usa quelli giusti.
E se proprio devo scegliere, continuerò a salvare i miei documenti in byte.
Regola n. 73
«Se proprio devi perdere tempo, fallo in buona compagnia.»

domenica 28 Giugno 2026 alle 20:19
Come sempre, una riflessione che fa sorridere e pensare allo stesso tempo. Per fortuna il caffè resta caffè
domenica 28 Giugno 2026 alle 20:36
Una riflessione che fa sorridere ma anche incazzare: sarà un caso che in Italia non esiste una parola per definire chi accudisce le persone?
domenica 28 Giugno 2026 alle 20:47
Si chiamano nonni, figli, nipoti, mogli e parenti vari. Ma riconoscergli un ruolo sociale potrebbe costare.
Costare caro!
domenica 28 Giugno 2026 alle 20:51
vabbuò… parliamo di una nazione che non solo fa finta di ignorare quanto costi amare in termini di fatica fisica (eppure fino a pochi anni fa alle donne, storicamente addette alla cura di generazioni intere, veniva almeno riconosciuto al diritto a ricevere la pensione qualche anno prima)… parliamo di una nazione che ormai ha rinunciato ad adempiere ai suoi doveri costituzionali. Ho appena letto questa notizia:
“Quando il medico mi ha detto che avrei dovuto lasciare la mia casa per entrare in una RSA, ho sentito il mondo crollarmi addosso. Questa casa è piena dei ricordi di una vita con mia moglie. Ogni angolo, ogni oggetto mi parla di lei.”
Renato ha 75 anni.
Da quando sua moglie non c’è più, vive solo nella casa in cui ha passato cinquant’anni.
È lucido, vuole decidere per sé. Ma alcuni gesti quotidiani sono diventati difficili.
Aveva chiesto assistenza domiciliare. Gli è stata negata per “mancanza di fondi”.
Come se la dignità avesse un costo troppo alto. Come se restare nella propria casa fosse un privilegio, e non un diritto.
Per Renato, quell’aiuto non significa solo medicine o igiene. Significa una voce che entra, qualcuno che ascolta, una presenza che lo fa sentire ancora parte del mondo.
“Dignità vuol dire poter vivere, non solo sopravvivere.” Renato non chiede di più. Chiede solo di non essere lasciato solo.
Renato, grazie all’interessamento di Cittadinanza Attiva è riuscito ad ottenere il riconoscimento dei suoi diritti.
Nel frattempo pochi giorni fa a Sesto San Giovanni un pensionato è morto in perfetta solitudine, abbandonato.
lunedì 29 Giugno 2026 alle 05:38
… e ritornamo all’argomento:
“Perché in Italia non esiste una parola per definire chi accudisce le persone?”
La parola esiste eccome.
Oggi la chiamiamo caregiver.
Il fatto che abbiamo dovuto prenderla in prestito dall’inglese racconta già una parte della storia.