ovvero quando una cosa normale fa scintille
(e fa migliaia di clic)

Da qualche giorno numerosi siti, canali social e perfino alcuni autorevoli organi di informazione stanno rilanciando una notizia con l’entusiasmo normalmente riservato all’atterraggio degli alieni o al ritorno del fax come tecnologia dominante.
“Un fulmine colpisce la punta della Torre Eiffel!”
Fotografia spettacolare.
Video impressionante.
Decine di migliaia di visualizzazioni.
Eppure, dietro l’effetto speciale, si nasconde un piccolo dettaglio che tende a rovinare la festa.
La Torre Eiffel viene colpita dai fulmini regolarmente. In media, circa una volta ogni due mesi.
Non una volta ogni secolo.
Non in occasione di particolari allineamenti astrali.
Non durante misteriose congiunzioni cosmiche.
Regolarmente.
Con una frequenza tale che, se la Torre Eiffel avesse un profilo social, probabilmente pubblicherebbe ogni volta la stessa risposta:
“Grazie per l’interessamento. Sto bene anche questa volta.”
Del resto è alta oltre trecento metri, costruita in metallo e dotata di sistemi di protezione progettati esattamente per questo scopo. È, in pratica, uno dei luoghi più adatti al mondo per ricevere un fulmine senza lamentarsene troppo.
Il genio dell’ingegner Eiffel (perdonatemi la semplificazione, ingegnere) ha realizzato uno dei parafulmini più eleganti della storia dell’umanità. Forse il più elegante in assoluto
La vera notizia sarebbe forse il contrario:
“Quest’anno nessun fulmine ha colpito la Torre Eiffel.”
Quello sì che farebbe sorgere qualche domanda.
La vicenda mi ha fatto riflettere su un curioso meccanismo dell’informazione moderna.
Molto spesso non diventa notizia ciò che è importante.
Diventa notizia ciò che è spettacolare.
O, per essere più precisi, ciò che è facilmente trasformabile in una miniatura con una freccia rossa, tre punti esclamativi e la scritta “INCREDIBILE“.
Un aereo che atterra regolarmente dopo aver trasportato centinaia di persone non interessa nessuno. Un aereo che atterra male, invece, conquista titoli e aperture.
Milioni di automobilisti arrivano ogni giorno a destinazione senza incidenti. Ma basta una vettura che finisca in una fontana per diventare protagonista dei notiziari.
Migliaia di medici, infermieri, insegnanti, volontari, caregiver e lavoratori qualunque fanno ogni giorno il proprio dovere con competenza e pazienza.
Quasi mai finiscono sui giornali.
Del resto la frase:
“Anche oggi milioni di persone hanno svolto correttamente il proprio lavoro”
presenta un grave difetto editoriale.
È vera
Ma genera pochi clic.
È il vecchio problema dell’eccezione che oscura la regola.
La normalità è silenziosa.
La normalità non lampeggia.
La normalità non genera clic.
Eppure è proprio la normalità a tenere insieme il mondo.
Gli ospedali che funzionano.
I treni che arrivano.
Le persone che mantengono una promessa.
Chi aiuta un familiare senza raccontarlo sui social.
Chi svolge il proprio lavoro con serietà senza pretendere una medaglia.
Tutte queste cose accadono ogni giorno.
Sono così frequenti da risultare quasi invisibili.
Forse per questo, a volte, abbiamo la sensazione di vivere in una società più pericolosa, più cattiva e più disordinata di quanto sia realmente.
Non perché il mondo sia peggiorato.
Ma perché veniamo continuamente esposti alle eccezioni più rumorose.
Il risultato è che finiamo per considerare ordinario ciò che è prezioso e straordinario ciò che è semplicemente appariscente.
Quanto al fulmine sulla Torre Eiffel, resta una fotografia magnifica. E applausi a chi ha girato il video catturando l’attimo. Spero solo che abbia tutelato i propri diritti d’autore.
Così la prossima volta che leggerò un titolo preceduto dalla scritta “Breaking News” cercherò di ricordarmi una semplice regola di sopravvivenza digitale.
Prima di stupirmi, controllerò se la notizia è davvero eccezionale.
Perché esiste una possibilità tutt’altro che remota che non si tratti di un evento straordinario.
Potrebbe essere soltanto una cosa assolutamente normale.
Fotografata bene.
Montata meglio.
E servita con una generosa scarica di effetti speciali.
Speranza-1, in alta quota sulla Corsica, osserva il mondo dai suoi oblò e annota sul taccuino:
La normalità non fa notizia.
Per questo molti la credono estinta.
Corollario
Se una cosa succede tutti i giorni, per diventare virale deve almeno prendere fuoco.
Regola n. 12
«Non discutere di algoritmi, nucleare o requisiti software quando sta arrivando il pranzo.»

mercoledì 1 Luglio 2026 alle 06:49
Siamo noi che siamo fatti male? Perchè ci interessiamo solo alle cattive notizie?
mercoledì 1 Luglio 2026 alle 07:05
Non siamo fatti male.
Siamo progettati per notare prima ciò che può farci male.
Il guaio è che l’evoluzione ci aveva preparati per i fulmini veri, non per le notifiche.