
Ogni due o tre anni qualcuno ci informa, con tono grave, che il nostro smartphone è ormai vecchio.
La batteria dura un po’ meno.
La fotocamera non ha più ventisette obiettivi.
L’intelligenza artificiale integrata non sa ancora scrivere un sonetto in aramaico mentre ordina una pizza.
Insomma, è giunto il momento di cambiarlo.
Lo dice il mercato.
Lo ripetono amici e parenti tecnologicamente avanzati.
A volte, senza mezzi termini, lo dice anche lo smartphone.
Noi obbediamo con sorprendente disciplina. Salutiamo il fedele compagno di mille fotografie, di infinite chat e di qualche inevitabile telefonata, lo infiliamo in un cassetto e accogliamo il nuovo modello, convinti di aver compiuto un importante passo avanti per l’umanità.
Poi arriva Google. Il Big G. Con un’idea che suona più o meno così:
«Scusate… ma siete proprio sicuri che quei telefoni siano da buttare?»
La proposta è semplice. Recuperare la scheda madre degli smartphone dismessi, togliere schermo, batteria e fotocamere, installare Linux e trasformarli in piccoli server capaci di lavorare insieme.
Tradotto dal “tecnologhese”: il vecchio telefonino che avevate pensionato potrebbe ritrovarsi a fare un lavoro serio in un data center. Lo ammetto, tecnologhese mi è uscita proprio dalla pancia.
È una notizia che mi diverte per almeno due motivi.
Il primo è che, per una volta, l’obsolescenza programmata riceve una piccola risposta imprevista. Dopo anni passati a sentirci spiegare che un dispositivo di quattro anni è preistoria, scopriamo che il suo processore è ancora perfettamente in grado di fare il proprio mestiere.
Forse non era lui a essere diventato vecchio.
Eravamo noi a essere diventati troppo esigenti.
O, molto probabilmente, lo aveva deciso il mercato.
Il secondo motivo è ancora più interessante.
Noi esseri umani abbiamo un curioso rapporto con la parola “pensione”.
Quando riguarda un telefono, significa che è ormai inutile.
Quando riguarda una persona, spesso il ragionamento non è molto diverso.
Hai superato una certa età?
Grazie per il servizio.
Adesso accomodati in disparte.
Poi succede che qualcuno scopra come riutilizzare un vecchio smartphone e tutti applaudono all’economia circolare.
Per gli esseri umani, invece, l’economia circolare sembra ancora un aggiornamento in fase beta.
Eppure i telefoni e le persone hanno qualcosa in comune.
Con il tempo perdono qualche colpo.
La batteria non dura come una volta.
Le prestazioni calano.
Ogni tanto serve una ricarica dopo pranzo.
Magari sotto forma di pisolino e caffè.
Ma questo non significa che abbiano smesso di essere utili.
Significa, semmai, che bisogna smettere di pretendere da loro quello per cui non sono più adatti e cominciare a valorizzare ciò che sanno ancora fare benissimo.
È il principio del buon senso.
Che, come molte tecnologie promettenti, sembra ancora in versione sperimentale.
Forse il problema è che continuiamo a confondere il concetto di “nuovo” con quello di “migliore”.
Cambiamo telefono quando basterebbe cambiare batteria.
Cambiamo computer quando basterebbe cambiare disco.
Cambiamo opinione solo quando ce la impone un algoritmo.
E, qualche volta, archiviamo anche le persone con la stessa fretta con cui svuotiamo il cassetto dei vecchi caricabatterie.
Così, mentre c’è chi prova a dare una seconda vita agli smartphone, mi viene il sospetto che la scoperta più interessante non riguardi affatto i telefoni.
Riguardi noi.
Perché il valore di qualcosa non dovrebbe essere deciso dalla sua età, ma dalla domanda più semplice di tutte:
«Può ancora essere utile?»
Se la risposta è sì, forse non è il momento di mandarla in pensione.
Né se ha un processore.
Né se ha i capelli bianchi.
Regola n. 61
«Se chiedi a un consulente "sì o no", preparati a ricevere un seminario. La risposta arriverà alla slide 37.»

venerdì 3 Luglio 2026 alle 20:14
Mi è piaciuta particolarmente l’idea che una cosa non perda valore solo perché non è più nuova. Vale per i telefoni, ma soprattutto per le persone. Tutte. Bravo!