Ovvero quando il computer guarda e il medico clicca

Ippocrate e Cicerone, ospiti sul Pianeta Bordonchio, osservano perplessi un monitor pieno di codice mentre accarezzano i gatti Lillo e Sugar. Un'immagine ironica sulla burocrazia clinica e sul ruolo della tecnologia nel restituire tempo ai medici.


L’Italia sta invecchiando.

Non è una notizia da prima pagina.
È una realtà demografica che conosciamo da anni.

Viviamo più a lungo, e questa è una splendida notizia.

Significa però anche convivere più a lungo con quelle che la medicina chiama “patologie croniche”. Ippocrate probabilmente avrebbe annuito. Cicerone fu ancora più diretto: Senectus ipsa morbus est. La vecchiaia è essa stessa una malattia.

Per molti di noi la giornata comincia con il caffè e continua con una piccola collezione di pillole.

Una per la pressione.
Una per lo stomaco.
Una per il colesterolo.

Una per…

Chi vive questa situazione sa perfettamente che non si tratta di cure temporanee. Sono terapie destinate ad accompagnarci per anni, spesso per tutta la vita. Le pilloline che ci consentono di convivere con i nostri acciacchi.

Ed è qui che compare un curioso fenomeno tutto italiano.

Ogni mese (a volte più spesso) bisogna ricominciare da capo.

Un messaggio al medico di famiglia.
La richiesta della ricetta.
La ricetta “dematerializzata”.
Il controllo sul Fascicolo Sanitario.
La farmacia.

Per alcuni farmaci interviene la farmacia ospedaliera che, almeno, ti prenota automaticamente per il ritiro successivo.

Il mese dopo, si ricomincia. Nuovo giro, nuova corsa.

Da vecchio informatico mi pongo una domanda quasi imbarazzante nella sua semplicità.

Davvero serve un medico per ricordare a un computer che, se prendo tre compresse al giorno di un farmaco per una patologia cronica, fra trenta giorni avrò bisogno di altre tre confezioni?

La risposta informatica è disarmante.

No.

Bastano pochi dati.

Diagnosi e dosaggio.
Durata della terapia.
Data dell’ultimo controllo specialistico.

Il resto è pura matematica. Un semplice algoritmo

E qui è importante chiarire un punto.

Non sto chiedendo che un computer sostituisca il medico.

Sto chiedendo l’esatto contrario.

Vorrei che il computer sostituisse il lavoro da impiegato che oggi costringiamo il medico a svolgere.

Non il medico. Il mestiere sbagliato che gli abbiamo assegnato.

Perché un Medico di Medicina Generale, che ha gettato sangue e sudore per studiare dieci anni, non dovrebbe trascorrere ore ogni settimana a produrre ricette identiche a quelle del mese precedente. A spanne una settimana al mese, diamine!

Dovrebbe visitare.

Ascoltare.

Ragionare.

Diagnosticare.

Fare, insomma, il medico.

Il computer potrebbe preparare automaticamente le prescrizioni previste da un Piano Terapeutico, avvisare quando sta per scadere un controllo specialistico, segnalare eventuali incompatibilità con nuove terapie e chiedere l’intervento del medico solo quando c’è davvero qualcosa da valutare.

Il medico resterebbe al centro del processo.

Ma smetterebbe di fare il dattilografo del sistema sanitario.

Qualcuno obietterà che esistono responsabilità professionali, verifiche cliniche, modifiche della terapia.

È vero.

Ed è giusto che sia così.

Ma proprio per questo il tempo del medico dovrebbe essere riservato alle decisioni cliniche, non alle operazioni ripetitive.

I computer sono nati per fare automaticamente ciò che si ripete sempre nello stesso modo.

Forse non abbiamo ancora capito che i computer dovrebbero sostituire la burocrazia, non chi fa il medico.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 51

«Se devi scegliere tra avere ragione e capire qualcosa di nuovo, prova almeno una volta la seconda.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.