Vecchio Nerd all'alba osserva il mare con un taccuino aperto e la domanda: "E che vor dì?"
«E che vor dì?»


In questi giorni sembra che il dibattito tecnologico del momento sia questo:

«L’Intelligenza Artificiale del futuro sarà un chatbot o un agente?»

A quel punto il Vecchio Nerd si sfila gli occhiali da vista, alza la mano e pronuncia una frase alla moda della Tiburtina Valley: «E che vor dì?».

Non è una provocazione.

È una richiesta di traduzione simultanea dall’italiano tecnologico all’italiano normale.

Perché, diciamocelo, nel nostro ambiente abbiamo un talento speciale: inventare parole nuove per descrivere concetti che, qualche volta, conosciamo già benissimo.

Una volta c’era il programma.

Poi arrivò il software.
Poi la piattaforma.
Poi il cloud.
Poi il digitale.
Poi lo smart.
Poi il copilota.

Adesso siamo agli agenti.

Fra qualche anno arriverà sicuramente qualcos’altro, possibilmente con un nome inglese abbastanza misterioso da giustificare almeno tre convegni e una decina di webinar.

Confesso che sto aspettando il giorno in cui qualcuno presenterà un “Agente Cognitivo Quantistico Distribuito“. Non ho idea di cosa possa fare, ma sono certo che costerà almeno il doppio della versione precedente.

Così il Vecchio Nerd, che ha attraversato l’epoca dei floppy disk da 8 pollici, dei modem convinti di essere clarinetti e dei computer con meno memoria di una moderna macchina per il caffè espresso, continua a fare la stessa domanda.

«Sì, va buò… ma che cosa fa?»

Ed ecco che il fumo si dirada.

Un chatbot è un software con cui parli.

Tu chiedi.
Lui risponde.

Un agente fa un passo in più.

Un agente fa un passo in più. Tu gli affidi un obiettivo e lui prova a raggiungerlo, cercando informazioni, usando strumenti e correggendosi se qualcosa non funziona.

Tutto qui.

Detta così sembra quasi banale.

Infatti lo è. Più una tecnologia è semplice, maggiore è il rischio che qualcuno organizzi un seminario per spiegarla.

La vera novità non è che l’Intelligenza Artificiale sia diventata improvvisamente più intelligente.

È che, invece di fermarsi dopo averti risposto, prova anche a fare il lavoro.

La differenza è un po’ quella tra il centralinista che ti dice quale ufficio chiamare e il segretario che prende il telefono, parla con le persone giuste, fissa l’appuntamento e poi ti richiama quando è tutto pronto.

Entrambi sono utili.

Ma fanno mestieri diversi.

Naturalmente, appena una cosa è semplice, noi sentiamo il bisogno irresistibile di complicarla.

Nascono così parole sempre più solenni.

Agente.
Orchestrazione.
Workflow autonomo.
Reasoning.

Sembra quasi che basti cambiare il nome perché il software diventi automaticamente più intelligente.

Il Vecchio Nerd, invece, continua a diffidare delle parole troppo eleganti.

Non perché sia contrario alla tecnologia.

Anzi.

Ha passato una vita a lavorarci.

Ma ha imparato che ogni volta che una spiegazione diventa incomprensibile, vale la pena fermarsi e fare una domanda molto semplice.

«E che vor dì?»

È una domanda straordinaria.

Perché costringe chi parla a togliere gli effetti speciali.

Se riesci a spiegare una tecnologia davanti a una piadina e a un bicchiere di Sangiovese, probabilmente l’hai capita davvero.

Se invece, dopo venti minuti, servono ancora sigle, acronimi e slide animate… forse non stai spiegando una tecnologia.

Stai facendo marketing. Magari benissimo. Ma sempre marketing.

Per questo il Vecchio Nerd, da buon archeologo digitale, continua a considerare “E che vor dì?” una delle domande più tecnologiche che conosca.

Lui continua a sospettare che le rivoluzioni vere abbiano una caratteristica curiosa.

Sopravvivono anche quando togli tutte le parole difficili.

In fondo, la vera Intelligenza Artificiale comincerà a preoccuparmi il giorno in cui, davanti a una parola di moda, sarà lei a chiedere: “E che vor dì?”.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 18

«Le persone sono quasi sempre più complicate delle etichette che gli appiccichiamo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.