Significa che la fattura non ti arriva a casa

Vecchio nerd al tavolo all'alba con Sugar che gioca con una fattura.


Stamattina, scorrendo la rassegna delle notizie tecnologiche, mi sono imbattuto nell’ennesimo titolo: “L’intelligenza artificiale di Meta aiuta a creare immagini, ma ci sono rischi per la privacy.”

Non mi ha sorpreso molto.

Non perché il problema non esista, ma perché mi ha fatto tornare in mente una parola che sembrava scomparsa: fattura.

Ricordo un’epoca in cui, nel mondo dell’informatica, i costi erano incredibilmente semplici da capire.

Compravi un computer. Pagavi. Ti arrivavano due o tre scatoloni, uno o due manuali da quattrocento pagine, una pila di floppy – poi sostituiti dai CD – e, immancabile, la fattura.

Compravi un software. Pagavi. Il corriere ti consegnava una scatola colorata, il manuale che quasi nessuno avrebbe letto, qualche floppy o un CD e, naturalmente, la fattura.

Oggi la fattura non è scomparsa.

Ha semplicemente cambiato indirizzo.

Moltissimi servizi digitali sono gratuiti.

Niente scatola.
Niente fattura.
Niente cassiera.

Il vecchio nerd, dopo una quarantina d’anni passati ad analizzare problemi, progettare programmi e mettere in piedi sistemi informatici, reagisce sempre allo stesso modo: solleva un sopracciglio.

Non perché pensi che ci sia sempre un complotto.

Per deformazione professionale.

C’è una regola che non è mai cambiata: ogni sistema ha dei costi.

Una volta il rapporto era semplicissimo.

Io pagavo un programma.
L’azienda mi consegnava il programma.
Fine della storia.

Oggi il rapporto è diverso.

Io utilizzo gratuitamente un servizio.
Il servizio mi offre una comodità.
In cambio riceve qualcosa che ha valore.

Non sempre denaro.

Molto più spesso tempo, attenzione o informazioni.

Lo so, non troverò mai un addebito sul conto corrente, ma quei costi li sto pagando comunque. In un modo o nell’altro.

Forse mettendo sul piatto una risorsa non rinnovabile: il mio tempo.

Forse regalando la mia attenzione.

Oppure fornendo, più o meno consapevolmente, dati che, presi uno per uno, sembrano insignificanti. Messi insieme, però, raccontano molto di me.

Del resto è così che funzionano anche i database.

Un singolo campo dice poco.

La relazione fra decine di campi, invece, racconta una storia sorprendentemente precisa.

E sia chiaro: non c’è nulla di scandaloso in tutto questo.

Dietro ogni applicazione che usiamo ogni giorno ci sono progettisti, sviluppatori, sistemisti, designer, tecnici, data center accesi ventiquattr’ore su ventiquattro e bollette che qualcuno paga davvero.

Per anni abbiamo imparato a leggere il prezzo stampato su un cartellino.

Oggi il prezzo è molto più difficile da vedere.

Non perché qualcuno lo nasconda necessariamente.

Semplicemente perché spesso non è espresso in euro.

Questo non significa che dovremmo smettere di usare questi servizi.

Sarebbe assurdo.

Significa soltanto che, prima di accettare uno scambio, vale ancora una vecchia regola del buon senso: capire che cosa stiamo ricevendo e che cosa stiamo offrendo in cambio.

La prossima volta che leggerò che un nuovo servizio è completamente gratuito, probabilmente farò quello che faccio da quarant’anni.

Solleverò un sopracciglio.

E mi farò una domanda molto semplice.

A chi arriva la fattura?


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 31

«Quando l'intelligenza artificiale dice una sciocchezza, controlla. Quando dice una cosa intelligente, controlla due volte.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.