Il Vecchio Nerd conversa con Pietro Ispano al tavolo del giardino sul tema dello scroll infinito. Sul tavolo un piccolo manoscritto delle Summulae Logicales.


Quando iniziai ad avvicinarmi all’informatica e agli algoritmi, tanti, ma tanti anni fa, imparai a memoria una strana filastrocca.

Barbara, Celarent, Darii, Ferio…

Non era latino. O meglio, lo era, ma non serviva a parlare. Serviva a pensare.

Erano piccoli trucchi per aiutare la memoria a non perdersi nei sillogismi.

Perché impararla? All’epoca cercavo un modo per orientarmi fra le tavole della verità e quelle interminabili sequenze di “se… allora… altrimenti”. Mi accorsi che i vecchi logici avevano affrontato lo stesso problema molto prima di noi: dare una struttura al ragionamento, così da non perdersi quando i percorsi diventano complicati.

Stamattina, leggendo che l’Europa contesta a Meta lo scroll infinito e altri meccanismi progettati per trattenere gli utenti, mi è tornata in mente quella vecchia filastrocca.

Per un motivo curioso.

Non per l’allenamento della memoria, che non guasta mai, ma per il cortocircuito che ha provocato nel mio cervello.

Per secoli abbiamo inventato strumenti per aiutare la mente.

Oggi discutiamo di strumenti progettati per contendersela.

Mi sono fermato su due parole: scroll infinito.

Le ho rilette lentamente.

Infinito.

Non “lungo”. Non “molto ricco”. Infinito.

È una parola curiosa per un’interfaccia.

Perché un’interfaccia, almeno come l’ho sempre immaginata io, dovrebbe accompagnarti verso una conclusione.

Ed è stato lì che mi sono infastidito.

Non perché esista un social network.

Non perché qualcuno possa passare troppo tempo davanti allo schermo.

Ma perché, da vecchio informatico, ho sempre pensato che un’interfaccia dovesse aiutarmi a capire quando avevo finito qualcosa.

Con un pulsante “Salva”.

O, meglio ancora, “Salva e chiudi”.

Era il programma a mettersi da parte.

La decisione di continuare o fermarsi spettava a me.

Qui, invece, sembra che l’obiettivo sia l’opposto.

Non aiutarmi ad arrivare alla fine.

Fare in modo che la fine non arrivi mai.

Ci stavo ragionando, all’alba e in giardino, davanti al secondo caffè, quando arrivò un uomo vestito alla moda del Duecento. I capelli erano grigi, il passo tranquillo, lo sguardo di chi aveva visto molte cose senza aver perso la curiosità. Sotto il braccio teneva un libricino: Summulae Logicales.

«Il dottor Pietro Ispano, suppongo?»

Mi guardò e sorrise. «Pietro basta. Mi offri un caffè?»

Versai il caffè, ma il mio sguardo era ancora accigliato.

«Cosa succede?» chiese.

Gli mostrai la notizia sullo smartphone.

«Infinito?»

«Sì.»

«È una parola impegnativa.»

«Sai, noi la usavamo con molta prudenza.»

Pietro sorseggiò il caffè, poi mi restituì il telefono.

«Vedi, Riccardo, ogni ragionamento ha bisogno di una conclusione. Altrimenti non è più un ragionamento.»

Rimasi in silenzio.

Forse il problema non era lo scroll.

Era aver dimenticato che la decisione di dire «Basta» spettava a noi.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 5

«Prima di salvare il mondo, controlla di aver spento il fornello. Poi controlla di nuovo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.