quando perfino un generale rimane in silenzio

Alba sul pianeta Bordonchio.
Scorrendo i messaggi su WhatsApp mi imbatto nelle fotografie del monumento ai Piccoli Martiri di Gorla.
Duecento bambini.
Le loro insegnanti.
La direttrice.
I bidelli.
Un bombardamento.
20 ottobre 1944.
Poso lentamente il tablet sul tavolo.
«Non è il momento di chiamare un filosofo», penso.
Pochi minuti dopo il cancello cigola.
Entra un uomo con un mantello rosso ormai impolverato dal tempo.
Lo riconosco. «Ave, Cesare.»
Lui osserva il tablet.
Non parla.
Dopo un po’ dice soltanto:
«Una scuola?»
Annuisco.
«Una scuola.»
Gli porgo il tablet.
Legge in silenzio.
«Duecento bambini.»
Ancora silenzio.
Alla fine mi guarda.
«Tu volevi chiedermi della guerra.»
Annuisco.
«Sì.»
«Hai scelto il posto e la persona sbagliati.»
Resto sorpreso.
«Perché? Tu sei Giulio Cesare.»
Sorride appena.
«Appunto.»
Osserva la foto del monumento e la lapide.
«Io conosco gli eserciti.
Conosco gli assedi.
Conosco la fame.
Conosco la paura prima di una battaglia.
Ma questo…»
Indica la fotografia.
«…non è una battaglia.»
Rimango in attesa.
«Nelle guerre che ho combattuto si marciava contro un esercito.
Qui chi muore spesso non impugna nemmeno un’arma.»
Il vento muove appena le foglie del giardino.
«Sai qual è la differenza più grande fra il mio tempo e il vostro?»
Scuoto la testa.
«Io guardavo negli occhi gli uomini che mandavo a combattere.
Voi avete inventato macchine che permettono di colpire persone che non vedrete mai.»
Raccoglie il tablet.
Lo gira fra le mani.
«La distanza rende facili gli ordini.»
Per qualche minuto nessuno parla.
Mi tornano alla mente le parole di Fabrizio De André, quelle che ricordano come sia facile chiamare “guerra” ciò che, visto da vicino, è soprattutto polvere, sangue e persone che muoiono.
Non le ripeto.
Lascio c he ognuno le ascolti dentro di sé.
Poi gli ricordo una frase attribuita a Paul Valéry.
«La guerra è un massacro di persone che non si conoscono, a vantaggio di persone che si conoscono benissimo, ma non si massacrano tra loro.»
Cesare rimane pensieroso.
«Forse.»
Poi aggiunge:
«Ma c’è qualcosa che mi spaventa ancora di più.»
«Cosa?»
«Che possiate leggere ogni giorno notizie come questa… e continuare a fare colazione.»
Il sole è ormai sorto.
Sul tablet scorrono altre notizie. Gaza, Iran, Libano, le centinaia di guerre dimenticate dai media.
Altri bombardamenti.
Altri numeri.
Cesare si alza.
Prima di uscire dal cancello si ferma.
«Riccardo…»
«Dimmi.»
«Quando una strage di bambini diventa una notizia come le altre, non è la guerra ad aver vinto.»
Fa una pausa.
«È l’abitudine.»
Resto solo.
Il caffè è ormai freddo.
Il tablet vibra di nuovo.
Lo lascio vibrare.
Regola n. 3
«Diffida di chi ha una soluzione semplice per un problema complicato. Ma diffida di più di chi ti propone una soluzione complicata per un problema semplice.»

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