La differenza tra capire e fare il tifo

In questi giorni mi è capitato di seguire un avvocato penalista che fa una cosa ormai rara: spiegare qualcosa che sta facendo discutere. Una sentenza.
Lo seguo per il metodo, non per la conclusione. Sulla sentenza ho una mia opinione e me la tengo.
Il nostro amico non dice che sia giusta.
Non dice che sia sbagliata.
Fa una cosa molto più semplice e, a quanto pare, molto più difficile: spiega il percorso giuridico che ha portato i giudici a quella decisione.
Sotto i suoi video, però, succede qualcosa di curioso.
Più lui prova a indicare la luna, più i commenti discutono del dito.
Qualcuno lo accusa di difendere i delinquenti. Qualcun altro sostiene che sia lontano dalla realtà. Altri ancora lo sfidano raccontando episodi personali che, con la sentenza, hanno ben poco a che vedere.
Eppure lui non sta chiedendo di condividere una conclusione. Sta semplicemente spiegando come i giudici siano arrivati a quella decisione.
Ed è una differenza enorme.
Mi è venuto in mente un vecchio proverbio orientale: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.»
Mi chiedo cosa direbbe oggi quel vecchio saggio orientale davanti a un talk show in prima serata. Ho il sospetto che spegnerebbe il televisore.
Quando qualcuno indica la luna, c’è sempre una telecamera pronta a inquadrare il dito.
Televisione, social e perfino molti giornali sembrano preferire lo scontro alla spiegazione. Viviamo in un tempo curioso.
Ogni vicenda complessa viene trasformata in un confronto tra tifoserie. Non importa che si parli di medicina, economia, intelligenza artificiale o diritto. Dopo pochi minuti la domanda non è più: «Come stanno le cose?», ma: «Da che parte stai?».
Capire richiede tempo.
Fare il tifo richiede pochi secondi.
Capire significa ascoltare anche chi dice qualcosa che non ci piace.
Fare il tifo significa interromperlo appena immaginiamo da che parte voglia andare.
La televisione, i social e perfino molti giornali sembrano preferire la seconda strada.
Lo scontro rende più della spiegazione.
L’indignazione tiene incollati allo schermo più della pazienza.
La rabbia vende. Le urla rendono ancora meglio.
E così il dibattito si riempie di opinioni mentre le motivazioni, i documenti e i fatti restano sul tavolo, spesso ancora da leggere.
Non è un problema di una singola sentenza.
Non è un problema di un singolo episodio di cronaca.
Non è nemmeno un problema di destra o di sinistra.
È un problema del nostro modo di discutere.
Confondiamo sempre più spesso lo spiegare con il giustificare.
Se un medico spiega come si diffonde una malattia, non sta difendendo il virus.
Se un economista analizza l’inflazione, non sta facendo il tifo per il caro prezzi.
Perché dovrebbe essere diverso per un giurista che spiega una sentenza?
Sta facendo il suo mestiere.
Forse dovremmo recuperare un’antica abitudine: provare a capire prima di decidere se essere d’accordo oppure no.
Non significa rinunciare alle proprie idee.
Significa dare loro fondamenta un po’ più solide.
Forse il problema non è che qualcuno guardi il dito. È che abbiamo smesso di esercitarci a cercare la luna. E quando nessuno alza più gli occhi, diventa facile convincerci che il dito sia tutto ciò che esiste.
Il problema è che abbiamo smesso di alzare gli occhi.
Regola n. 47
«Le catastrofi annunciate arrivano raramente. Quelle vere, quasi mai con preavviso.»

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