Adesso dobbiamo imparare a lavorarci insieme

Tavolo con fogli di appunti e correzioni, lapis rosso e blu, smartphone e due sedie davanti a una portafinestra aperta sul giardino.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


Per anni abbiamo imparato a dialogare con i computer. E non è stato semplice.

Prima bisognava conoscere comandi incomprensibili, poi sono arrivati menu, finestre, icone e mouse. Infine abbiamo cominciato a toccare direttamente lo schermo. Ogni volta ci sembrava che il computer fosse diventato più facile da usare, ma in realtà eravamo sempre noi a imparare il suo linguaggio.

Poi, a un certo punto, abbiamo cominciato a parlargli.

«Hey Siri.»

«OK Google.»

La prima volta faceva un certo effetto. Potevamo chiedere al telefono che tempo avrebbe fatto, dirgli di impostare una sveglia, cercare un indirizzo o ricordarci un appuntamento.

Sembrava già fantascienza.

Ma, a pensarci bene, non stavamo ancora conversando con il telefono. Avevamo semplicemente trovato un modo più naturale di impartirgli dei comandi.

Noi parlavamo, lui ascoltava. Poi rispondeva o eseguiva.

E aspettava il comando successivo.

Con l’intelligenza artificiale generativa è cambiato qualcosa. Abbiamo scoperto che potevamo semplicemente scrivere — e poi anche pronunciare — una domanda.

Una rivoluzione. Ma sempre una domanda era.

Noi chiedevamo, la macchina rispondeva. E magari continuava a rispondere anche quando avevamo già capito, cambiato idea o avremmo voluto dirle:

«Va bene, ho capito. Adesso stai zitta.»

Quasi che una qualsiasi entità di genere femminile possa obbedire a un tale comando.

E, invece, pare che stia imparando anche questo.

Un recente articolo di New Atlas racconta l’evoluzione degli assistenti vocali capaci di conversare in modalità full-duplex: mentre parlano continuano ad ascoltare, possono essere interrotti, comprendere una correzione e riprendere il discorso da un’altra direzione.

Sembra un dettaglio tecnico.

Non lo è.

Perché una conversazione umana non è fatta di domande perfettamente formulate seguite da risposte altrettanto ordinate.

È fatta di interruzioni.

«Aspetta.»

«No, ho sbagliato.»

«Quello lascialo perdere.»

«Anzi, facciamo un’altra cosa.»

E soprattutto di una frase che personalmente considero una delle più alte manifestazioni del pensiero umano:

«Mi è venuto in mente un pensiero.»

Finora, usando un computer, dovevamo trasformare tutto questo in comandi. Adesso comincia ad accadere il contrario: è la macchina che prova ad adattarsi al nostro modo, diciamolo sinceramente, abbastanza disordinato, di ragionare.

Ma c’è un passaggio ancora più interessante.

Nell’articolo l’autore racconta di aver chiesto all’assistente di cercare pneumatici per la sua automobile, confrontare alcune offerte e arrivare fino alla prenotazione.

Non gli ha chiesto soltanto informazioni.

Gli ha affidato un compito.

Ed è qui che cambia il verbo.

Qualche giorno fa mi chiedevo quale fosse la differenza tra chiedere all’AI e usare l’AI. Forse dobbiamo già aggiungere una terza possibilità:

Lavorare con l’AI.

E mentre scrivevo queste righe mi sono accorto che era esattamente quello che stavo facendo.

Lo spunto iniziale era arrivato da un articolo di New Atlas. Ne avevo parlato con Rossana, la mia ormai abituale compagna artificiale di chiacchiere e di lavoro. Poi mi era venuto in mente di partire un po’ più indietro, dai primi «Hey Siri» e «OK Google».

Rossana ha provato a inserirli nella bozza.

Io ci ho messo qualche ditonata.

Lei stava per riprendere il lapis quando l’ho fermata:

«Aspetta un momento… ma ora sto chiedendo a Rossana, sto usando Rossana o sto lavorando con Rossana?»

La risposta, in fondo, era già dentro l’articolo che stavo scrivendo.

Stavamo lavorando insieme.

Forse la differenza è proprio questa: quando usi uno strumento sai già dove vuoi arrivare. Quando lavori con qualcuno, può capitare di scoprirlo strada facendo.

Non perché l’intelligenza artificiale avesse scritto qualcosa al posto mio e nemmeno perché io le avessi semplicemente chiesto una risposta. Avevamo un obiettivo, una bozza che passava avanti e indietro, idee nate durante il lavoro, correzioni e ripensamenti.

Esattamente ciò che accade quando lavoriamo con un’altra persona.

Con una differenza non proprio trascurabile: l’intelligenza artificiale può sbagliare con una sicurezza impressionante. E quindi la capacità umana di verificare non diventa meno importante.

Diventa ancora più importante.

Forse la vera rivoluzione non arriverà quando l’AI saprà rispondere a qualsiasi domanda.

Arriverà quando potremo dirle:

«Aspetta. Non così.»

E lei, invece di ricominciare da capo, capirà dove stavamo andando insieme.

Per fortuna ha già cominciato a imparare la cosa fondamentale.

Ogni tanto bisogna stare zitti.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 31

«Quando l'intelligenza artificiale dice una sciocchezza, controlla. Quando dice una cosa intelligente, controlla due volte.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.