Conserviamo tutto. Hai visto mai.

Necessaria premessa tecnologica:
Un’immagine ISO è, in pratica, la fotografia completa di un disco: non contiene soltanto i file, ma conserva la struttura necessaria per ricrearlo com’era. Una copia congelata di una macchina in un preciso momento della sua vita.
Questa mattina, mentre il sole iniziava a illuminare il cielo a Bordonchio, ho messo in moto un programmino che ho scritto per cercare di mettere ordine in decenni di roba digitale: vecchie directory, manuali più o meno recenti, software, immagini disco e tanti doppioni.
Operazione apparentemente semplice: “Serve sì”, “Serve no”.
Ma, a un certo punto, l’occhio mi è caduto su un vecchio PDF: il Service Manual dell’ASUS Eee PC 4G (701). Centotre pagine che spiegano, con foto e dettagli, come smontare un mini-PC nato una ventina di anni fa. Il bello è che quel vecchio Eee PC da sette pollici esiste ancora. Ben conservato nella sua borsina.
Che faccio? Lo cancello?
No. «Hai visto mai.»
Ma, continuando a “navigare” fra file e cartelle, mi sono accorto che nel mio enorme archivio non ci sono solo file utili e inutili.
Sono pezzi di tempo.
Il manuale dell’ASUS Eee PC racconta l’epoca in cui un personal computer da sette pollici sembrava una piccola rivoluzione. Oggi un tablet da undici pollici è normale amministrazione.
Un’immagine ISO mi porta alla mente un vecchio PC; i sorgenti di un programma mi ricordano quando usavo il Turbo Pascal. Una vecchia fotografia mi proietta nel passato, con amici con i quali ho perso i contatti, in luoghi visitati una volta.
E una domanda inizia a farsi strada nella mia testa: sto decidendo cosa cancellare dagli archivi digitali oppure sto scegliendo quali tracce del mio passato devo, o voglio, conservare?
La memoria umana è una cosa strana. Non so se qualcuno abbia scoperto come funzioni veramente ma, mentre ragionavo di file e archivi, vedo nella mente l’immagine dell’aula del mio liceo. Precisa, con i compagni nitidi. E il professore — allora non si usava il diminutivo “prof” — che ci parlava di un certo Michel de Montaigne che, nel Cinquecento, continuava a lavorare ai suoi Essais, aggiungendo, modificando, tornando su ciò che aveva scritto. Nelle sue pagine non cerca semplicemente di sostituire il vecchio Montaigne con quello nuovo: rimangono le tracce del passaggio.
E, inevitabilmente, nasce l’idea: «Le ISO della nostra vita».
Sarebbe semplice dire in tre righe chi siamo oggi.
Forse è più difficile raccontare come siamo diventati quelli di oggi. Tenere in memoria il passato non significa necessariamente affermare che «allora era meglio».
Alcune mie vecchie versioni erano piene di bug.
Altre versioni hanno crashato miseramente sbattendo contro la vita reale.
Alcune vecchie convinzioni, che ieri mi sembravano incrollabili, oggi non le replicherei nemmeno sotto tortura.
Vogliamo cancellarle senza pietà, sapendo che non riusciremo mai a farlo definitivamente, oppure conservarle per capire esattamente come siamo arrivati alla “release” attuale?
Capire che cosa pensavamo, dove e quanto abbiamo sbagliato, cosa ci entusiasmava e cosa ci spaventava è fondamentale per capirci meglio oggi.
Il manuale del piccolo netbook è ancora lì.
L’Eee PC pure.
Magari un giorno ci metterò davvero le zampacce dentro. Magari no.
Non tutto quello che conserviamo deve necessariamente servirci ancora.
Qualche volta basta che ci ricordi a cosa siamo serviti noi.
Hai visto mai.
Regola n. 37
«Se non riesci a spiegare una cosa davanti a una piadina, forse non l'hai capita davvero.»

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