
Riflessione semiseria per il 25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Arriva puntuale ogni anno, il 25 novembre.
È la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quella in cui ci ricordiamo – qualcuno con grande sorpresa – che la violenza sulle donne esiste.
E allora via con la solita liturgia civile: panchine rosse, scarpe rosse, fiocchi rossi, post rossi. L’indignazione è servita.
Per un giorno intero il Paese si veste di empatia.
I politici fanno dichiarazioni vibranti (“Lo Stato c’è!”), i talk show si riempiono di esperti, e i social traboccano di #bastaviolenza, #nonunadimeno. Tutti indossano la spilla con il fiocco arancione.
Poi, il 26, tutto evapora come la schiuma del caffè espresso del bar (due minuti come da disciplinare): torniamo a preoccuparci del meteo, della Serie A e del Black Friday.
Una giornata non basta, è vero. Ma intanto ci sentiamo a posto con la coscienza: abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo condiviso il post giusto.
E quando arriva l’ennesima tragedia – perché dannazione l’ennesima tragedia arriva sempre – la scena si riapre come un copione di provincia, quella provincia pruriginosa a noi ben nota:
telecamere, giornalisti, e il solito coro dei testimoni dell’ovvio.
Da quelli che “sembravano una coppia normale”, a quelli “si sentivano spesso litigare”, “lei aveva paura, poverina”. Tutti sapevano, nessuno ha parlato.
È la sindrome nazionale del “l’avevo capito ma non volevo impicciarmi”, elevata a sport di massa.
La politica, intanto, si commuove per un paio di giorni, promette fondi, invoca “tolleranza zero” — poi gira le spalle e passa al prossimo argomento.
E i centri antiviolenza restano con i bilanci in rosso (non simbolico), le educatrici lavorano a gettone, quando non sono volontarie a rimborso spese, e l’educazione al rispetto resta un’opzione facoltativa, come la frutta o il limoncello a fine pasto.
Ma ogni 25 novembre si riparte da capo, con tanto di musica drammatica negli spot e slogan pieni di buone intenzioni.
Il problema è che la violenza non va in ferie gli altri 364 giorni.
E che non basta colorare le panchine, se poi continuiamo a ignorare i segnali, a giustificare la prepotenza, a confondere il controllo con l’amore.
Sì, una giornata non basta.
Ma se non impariamo a viverla anche il 26, e il 27, e tutti i giorni dopo, continueremo a commemorare invece di cambiare.
E a quel punto, più che una giornata contro la violenza, servirà un calendario contro l’ipocrisia.
E ora, via con i ditoni indignati sulla tastiera.
Le donne non si toccano, nemmeno con un fiore.
Ma sui social, invece, toccatele pure: like, cuoricini, lacrimucce.
Tanto domani è già il 26.
Regola n. 37
«Se non riesci a spiegare una cosa davanti a una piadina, forse non l'hai capita davvero.»
