
Sottoponendo una serie di curriculum a un sistema di intelligenza artificiale, non chiederemo mai esplicitamente: “scarta le donne perché potrebbero restare incinte”. Sarebbe inaccettabile, fuori legge, fuori tempo. Una di quelle frasi che nessuno pronuncerebbe a voce alta, nemmeno per sbaglio, nemmeno al bar del porto dopo il terzo bianchino.
No, noi siamo più raffinati. Noi, tipi da Spritz nei bar alla moda, diremo: “ottimizza per continuità lavorativa”. Oppure: “riduci il rischio di assenze”. Meglio ancora: “massimizza la stabilità nel lungo periodo”.
Suona bene, vero? Tecnico, neutro, quasi scientifico. Parole che sembrano uscite da un manuale di gestione aziendale o da una presentazione con grafici rassicuranti e frecce tutte rivolte verso l’alto. Parole che non discriminano nessuno. Almeno, non ufficialmente.
Eppure basta poco per capire cosa c’è sotto. Perché quando trasformiamo un valore, la stabilità, la continuità, in un criterio rigido e lo affidiamo a un sistema automatico, stiamo già facendo una scelta. Non neutrale, non innocente. In aperta tensione con l’articolo 3 della nostra Costituzione. Una scelta che riflette un’idea molto precisa di lavoratore ideale: sempre presente, sempre disponibile, possibilmente senza imprevisti biologici o esistenziali.
Un essere umano, insomma, ma senza la parte umana.
Il passaggio è sottile, quasi elegante. Non escludiamo direttamente qualcuno: creiamo le condizioni perché qualcuno venga escluso “naturalmente”. È la magia dell’ottimizzazione. Non diciamo cosa non vogliamo; definiamo così bene cosa vogliamo che tutto il resto sparisce da solo. Senza bisogno di sporcarsi le mani.
E qui entra in gioco l’algoritmo, con la sua aria irreprensibile. Non giudica, non interpreta, non si pone dilemmi etici. Fa quello che gli viene chiesto. Se gli dici di cercare stabilità, cercherà stabilità. Se nei dati che ha a disposizione la stabilità è associata più spesso a certi profili che ad altri, lui prenderà nota. E agirà di conseguenza. Senza malizia, ma anche senza dubbio.
Il risultato? Decisioni che sembrano oggettive, ma che portano dentro, perfettamente conservati, i nostri pregiudizi. Solo più difficili da individuare, e quindi da contestare.
Perché provare a discutere con un algoritmo è complicato. Non puoi guardarlo negli occhi e chiedergli “perché?”. Puoi solo ricevere un risultato e, al massimo, una spiegazione tecnica. Che spesso suona così: “è quello che emerge dai dati”. Come dire: non è colpa mia, è la realtà.
Peccato che quella realtà l’abbiamo costruita noi. Con anni di scelte, abitudini, esclusioni più o meno consapevoli. E ora, con una certa nonchalance, la stiamo trasformando in criterio automatico.
Il vero capolavoro, però, è un altro: riuscire a sentirsi anche nel giusto. Perché, in fondo, noi non stiamo discriminando. Stiamo solo cercando efficienza. Stiamo ottimizzando. Stiamo facendo quello che “funziona”.
È una forma di furbizia molto contemporanea. Non neghiamo i valori dell’uguaglianza, ci mancherebbe. Li mettiamo lì, in bella vista. Poi, con un piccolo gioco di prestigio linguistico, li aggiriamo. Non apertamente, ma abbastanza da non doverci fare i conti.
E così l’algoritmo diventa il nostro miglior alleato. Non perché sia ingiusto, ma perché è coerente. Coerente con le domande che gli facciamo. Coerente con i dati che gli diamo. Coerente, soprattutto, con quello che, sotto sotto, siamo disposti ad accettare.
Alla fine, il punto non è cosa decide la macchina. È cosa le abbiamo chiesto di decidere.
E mentre tutti si riempiono la bocca di uguaglianza, noi, con impeccabile coerenza, insegniamo alle macchine come aggirarla.
Regola n. 27
«La realtà ha il brutto vizio di ignorare le tifoserie.»
