Un uomo osserva il tramonto sul mare dal giardino di Bordonchio mentre un gatto nero riposa sul tavolo accanto a una tazza di caffè.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


In questi giorni si parla molto di intelligenza artificiale applicata alla medicina. C’è chi la considera una rivoluzione destinata a migliorare diagnosi e cure, chi la guarda con diffidenza e chi immagina un futuro in cui il medico sarà sostituito da un computer.

Confesso che la prima persona che mi è venuta in mente non è stata un ingegnere della Silicon Valley.

È stato il medico della mia giovinezza.

Quello che quando arrivavo, a vent’anni, nel suo studio in estate, mi guardava in faccia mentre mi sedevo e mi diceva: «Intestino, vero? Ma tu, benedetto figlio mio, una canottiera sotto la camicia mai, vero?»

Per oltre duemila anni il medico ha osservato, ascoltato, toccato il paziente.
Ha raccolto sintomi, fatto domande, cercato di capire.

Oggi un sistema di intelligenza artificiale può leggere migliaia di pagine di letteratura scientifica in pochi secondi, confrontare milioni di casi clinici e suggerire le ipotesi più probabili.

È uno strumento straordinario.

Ma mi sono trovato a chiedermi una cosa.

Che cosa cura davvero un medico?

La malattia o il malato?

Sembra un gioco di parole. Non lo è.

Pensiamo a due persone con la stessa diagnosi.
Gli stessi esami.
Gli stessi valori.

La stessa terapia?

Una vive sola e fatica a seguire le cure.
L’altra ha una famiglia che la sostiene.

Una ha paura.
L’altra affronta tutto con serenità.

Una sogna di poter tornare a giocare con i nipoti.
L’altra desidera soltanto riuscire a dormire una notte intera senza dolore.

La malattia è identica.

I malati no.

Ed è qui che, forse, Ippocrate avrebbe ancora qualcosa da insegnarci.

L’intelligenza artificiale è destinata a diventare sempre più brava nel riconoscere le malattie.
Saprà individuare correlazioni invisibili all’occhio umano, segnalare interazioni tra farmaci, confrontare referti, suggerire linee guida aggiornate.

Farà tutto questo meglio di noi.

Ma resta una domanda alla quale, almeno per ora, nessun algoritmo sa rispondere.

Che cosa conta davvero per quella persona?

Per qualcuno guarire significa tornare al lavoro.

Per qualcun altro significa riuscire a fare una passeggiata sul lungomare.

Per un anziano può voler dire arrivare a Natale con tutta la famiglia riunita.

Non sono dati clinici.

Sono pezzi di vita.

È proprio lì che la medicina smette di essere soltanto una scienza.

Perché conoscere una malattia è una questione di scienza.

Prendersi cura di un malato è anche una questione di umanità.

Credo che l’intelligenza artificiale diventerà uno degli strumenti più preziosi che la medicina abbia mai avuto. Sarebbe sciocco rifiutarla per paura o per nostalgia. Se può aiutare a individuare una diagnosi prima, evitare un errore o suggerire una terapia migliore, ben venga.

Ma ogni strumento, per quanto sofisticato, rischia di diventare pericoloso se ci fa dimenticare lo scopo per cui è stato costruito.

Il centro non è il computer.

Non è il referto.

Non è nemmeno la malattia.

È la persona seduta davanti al medico.

Mi piace immaginare Ippocrate che osserva incuriosito un moderno sistema di intelligenza artificiale. Lo lascia parlare, ascolta i suoi suggerimenti, consulta i dati che gli mette a disposizione. Poi chiude il portatile, si avvicina al paziente e gli prende il polso.

Non perché diffidi della tecnologia.

Ma perché sa una cosa che nessuna macchina, per quanto intelligente, potrà permettersi di dimenticare.

Le malattie hanno un nome.

I malati hanno una vita.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 61

«Se chiedi a un consulente "sì o no", preparati a ricevere un seminario. La risposta arriverà alla slide 37.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.