Quando anche l’orologio sa troppo

Un tavolo illuminato dalle prime luci del mattino con uno smartphone che segnala una chiamata in arrivo, uno smartwatch con dati sull’attività e sulla salute, un orologio analogico, una tazzina di caffè vuota e un giornale; sulla parete, un semplice orologio analogico.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


Mio fratello Giampiero ha un problema con il telefono. Un problema che, a ben pensarci, abbiamo quasi tutti.

Non è un problema tecnico. Lo smartphone funziona benissimo. Forse troppo. Il problema è che sembra possedere una particolare sensibilità per i momenti nei quali Giampiero non può rispondere.

Se entra sotto la doccia, squilla.

Se va in bagno per quelle altre attività sulle quali è opportuno mantenere un dignitoso riserbo, squilla.

Può restare tranquillo sul tavolo per mezz’ora o mezza giornata, muto come un pesce. Basta che Giampiero chiuda la porta del bagno e qualcuno, da qualche parte, sente improvvisamente l’irresistibile necessità di parlargli.

Sembra quasi che al click della serratura parta automaticamente una notifica a parenti, amici, call center e altri fastidiosi soggetti.

Una volta il problema non esisteva.

Il telefono era un oggetto legato a un luogo. Chiamavi qualcuno e, se rispondeva, sapevi già dov’era: a casa o in ufficio. E, infatti, la domanda poteva essere quasi sempre solo:

«Come stai?»

Molti anni fa scrissi qualcosa proprio su questa piccola rivoluzione del linguaggio. Con l’arrivo dei cellulari la domanda iniziale era cambiata:

«Dove sei?»

Non chiamavamo più un luogo. Chiamavamo una persona.

Da allora abbiamo fatto parecchia strada.

Il cellulare è diventato smartphone e oggi lo usiamo per telefonare, certo, ma anche per leggere la posta, mandarci messaggi, fotografare il gatto, controllare il conto in banca, trovare una strada, comprare un biglietto, ascoltare musica, leggere il giornale, guardare il meteo e dimostrare a qualche sito che siamo proprio noi.

Lo smartphone è diventato un pezzo della nostra vita.

E quindi deve essere sempre con noi.

Qui però nasce un piccolo problema: ogni tanto dobbiamo appoggiarlo.

Per esempio quando facciamo la doccia.

Ed ecco arrivare lo smartwatch.

A pensarci bene è una conseguenza perfettamente logica. Se abbiamo concentrato nello smartphone una parte così importante della nostra vita, perché dovremmo rinunciarci proprio quando non possiamo tenerlo in mano o in tasca?

Il polso, del resto, è sempre disponibile. E un qualsiasi smartwatch, anche economico, vanta un minimo di impermeabilità.

Così l’orologio, che per qualche secolo aveva svolto dignitosamente un compito abbastanza semplice — dirci che ore sono — è diventato il prolungamento dello smartphone.

Vibra se arriva un messaggio. Ci avverte se qualcuno chiama. Ci mostra una notifica. In certi casi permette persino di rispondere.

Problema risolto.

O forse no.

Perché a quel punto telefono, orologio, cuffiette, automobile e chissà cos’altro hanno cominciato a parlarsi, scambiarsi informazioni, notifiche e dati. La chiamano Internet delle Cose.

Solo che, quando lo smartphone sa dove sei e l’orologio sa cosa stai facendo, viene il sospetto che abbiano sbagliato il nome.

Sarà anche l’Internet delle Cose.

Ma, in quel momento, la Cosa sei tu.

Perché, una volta conquistato il polso, l’orologio si è montato un po’ la testa.

Adesso conta i passi. Misura l’attività. Controlla il sonno. Osserva il battito. Decide che siamo rimasti seduti troppo a lungo e ci suggerisce di alzarci.

In pratica siamo tornati alla vecchia domanda:

«Come stai?»

Con una differenza non trascurabile.

Prima ce lo chiedeva un essere umano.

Adesso ce lo dice l’orologio.

Io lo smartwatch ce l’ho, ma l’ho parcheggiato in un cassetto. Giampiero nemmeno. Non è una dichiarazione di guerra alla tecnologia: uso lo smartphone per una quantità imbarazzante di cose e gestisco una specie di blog che, con assoluta serietà, informa i lettori sull’ora dell’alba, del tramonto, del crepuscolo e persino sulla fase della Luna.

Quindi non sono nella posizione migliore per impartire lezioni sulla quantità di informazioni veramente necessarie alla sopravvivenza.

Però ogni tanto guardo il mio nuovo orologio analogico con lancette enormi e numeri leggibili e provo una certa simpatia.

Tanta simpatia.

Non sa dove sono.
Non sa quanti passi ho fatto.
Non sa come ho dormito.
Non sa come mi batte il cuore.

E soprattutto non sa cosa sto facendo quando chiudo la porta del bagno.

Sa soltanto che ore sono.

E, almeno per il momento, questo mi basta.

Ti è piaciuto? La prossima non fartela raccontare.
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Le Regole di Speranza-1

Regola n. 51

«Se devi scegliere tra avere ragione e capire qualcosa di nuovo, prova almeno una volta la seconda.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.