Ovvero: la curiosità che non va in pensione

Alba su una scrivania con giradischi, laptop e caffè; il sole si riflette su un vinile simbolo dell'incontro tra tradizione e innovazione.


Ho sentito una notizia che mi ha fatto sorridere. E riflettere. Parecchio.

Orietta Berti, ottantatré anni, ha deciso di sperimentare un brano realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ok, non si dice mai l’età di una signora, ma la signora Orietta la sua età la dichiara senza problemi.

Ma torniamo a bomba.

La reazione di molti commentatori è stata più o meno prevedibile.

C’è chi si è entusiasmato.
C’è chi ha gridato alla fine della musica.

Permettetemi di nutrire qualche dubbio.

Le chitarre di Hendrix hanno forse ucciso la musica?
La tromba di Louis ha decretato la fine di melodie sognanti?
I sintetizzatori e le batterie elettroniche hanno cancellato la genialità dei compositori?

Eppure, secondo un copione consolidato – specie in certi talk show – c’è chi ha iniziato a discutere di algoritmi, autenticità artistica, futuro della creatività e altre questioni che, se affrontate con sufficiente impegno, possono facilmente occupare un intero pomeriggio.

Generando le solite discussioni a colpi di “chi urla più forte”.

A me, invece, ha colpito un dettaglio diverso.

L’età.

Perché quando sentiamo parlare di nuove tecnologie immaginiamo quasi sempre ragazzotti ventenni che sperimentano strumenti appena usciti dal laboratorio.

Non una cantante di ottantatré anni.

Eppure, a pensarci bene, è proprio questo il punto.

Esiste una convinzione piuttosto diffusa secondo cui la curiosità avrebbe una data di scadenza.

Da giovani si esplora.
Da adulti si consolida.
Da anziani si rimpiange.

Come se l’apprendimento fosse una fase della vita e non un’abitudine.

La storia, però, racconta altro.

Molte persone smettono di essere curiose molto prima di diventare vecchie.

A volte a quarant’anni.
Qualcuno persino a trenta.

Da quel momento ogni novità diventa una seccatura.

Ogni cambiamento un fastidio.
Ogni innovazione una minaccia.

Non perché sia davvero pericolosa.

Ma perché richiede uno sforzo.

La curiosità, in fondo, è una forma di ginnastica mentale.
E come tutte le ginnastiche, se smetti di praticarla, si atrofizza.

La differenza è che per allenarla non servono pesi.
Bastano domande.

Per questo la notizia non mi sembra che riguardi l’intelligenza artificiale.

Riguarda il desiderio di continuare a giocare.

Di continuare a provare.

Di continuare a chiedersi cosa succede se si preme un pulsante che non si è mai premuto prima.

Con risultati brillanti oppure disastrosi.

Poco importa.

Anche perché ogni tecnologia che oggi consideriamo normale è stata accolta, all’inizio, da qualcuno che spiegava perché non avrebbe mai funzionato.

La radio avrebbe ucciso i giornali.
La televisione avrebbe ucciso la radio.
Internet avrebbe ucciso i libri.

I libri, nel frattempo, continuano a occupare gli scaffali di casa mia e Internet continua a ricordarmi password che ho appena dimenticato mentre i giornali si accumulano sul tavolino in sala.

Forse la vera distinzione non è tra giovani e anziani.

È tra persone curiose e persone che hanno smesso di esserlo.

E se una cantante di ottantatré anni decide di sperimentare l’intelligenza artificiale mentre altri passano le giornate a spiegare perché non bisognerebbe farlo, forse la lezione è più semplice di quanto sembri.

La curiosità non impedisce di invecchiare.

Ma rende l’invecchiamento molto più interessante.

In fondo non è questo quello che conta?


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 62

«Se alla decima slide non hai ancora capito dove vuole arrivare il relatore, probabilmente nemmeno lui.

Corollario: Se alla trentasettesima slide il futuro è ancora nelle nostre mani, significa che nessuno ha trovato il pulsante "Fine presentazione".»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.